La prima riconciliazione è… come un abbraccio!

«Adesso che ti conosco ti voglio ancora più bene» Un primo passo importante nel cammino della fede Domenica 15 marzo 2026, alle ore 15.00, le comunità di Fanna e Cavasso si sono riunite per un appuntamento emozionante: le Prime Confessioni dei bambini del 3° anno della scuola primaria, che l’anno prossimo si prepareranno a ricevere la Prima Comunione. In un’atmosfera di raccoglimento e serenità, i bambini hanno vissuto il loro primo incontro con il Sacramento della Riconciliazione, accompagnati dalla guida di Don Alex assieme a don Adrian. È stato un momento di emozione in chiesa e di festa poi in casa Marchi, scoprendo la bellezza di sentirsi amati e accolti. Il dono del perdono L’incontro con Don Alex e i genitori In occasione della prima confessione, durante l’incontro con i genitori, Don Alex ha scelto di condividere la sua esperienza personale offrendo uno sguardo diverso e molto umano sul significato del perdono. Non ha parlato di un Dio che condanna ma di un Dio che accoglie sempre e comunque, al di là delle nostre fragilità. Il cuore del messaggio: sentirsi amati Il cuore del suo messaggio è stato semplice ma incisivo: è proprio nel momento in cui ci sentiamo accolti che impariamo ad accettare il perdono. E questa accoglienza ci riconcilia non solo con Dio ma anche con noi stessi. Tra le sue parole una frase mi ha colpito particolarmente che recitava all’incirca così: “Adesso che ti conosco ti voglio ancora più bene”. Un’espressione che racchiude l’essenza di un amore autentico, capace di andare oltre gli errori di ciascuno di noi. Un grazie speciale ad Ambra Durat per la testimonianza e ad Alessandra Galli per le foto
Stabat Mater: la preghiera dell’anima che soffre

Fanna, il concerto corale che si rinnova ogni anno Lo scorso 13 marzo 2026, alle ore 21.45, la Chiesa di San Martino a Fanna ha ospitato il concerto Stabat Mater. L’evento, che si rinnova annualmente coinvolgendo formazioni corali sempre diverse, si conferma un appuntamento molto sentito e partecipato dall’intera comunità. Il canto della compassione Lo Stabat Mater, attribuito a Jacopone da Todi (XIII secolo), nasce come meditazione sul dolore di Maria sotto la croce. Attraverso i secoli, il testo ha trasformato una narrazione sacra in un’esperienza di vicinanza umana, in cui la sofferenza non è solo osservata, ma profondamente condivisa. L’interpretazione di Pergolesi Nel 1736, poco prima della sua prematura scomparsa, Giovanni Battista Pergolesi compose la celebre versione che ancora oggi commuove per la sua intensità. La forza dell’opera risiede nella scrittura trasparente e delicata: evitando toni pesanti, il dialogo tra le due voci conferisce al lutto una dimensione terrena e una profonda capacità di consolazione. Nella tradizione cattolica, il brano accompagna la contemplazione della Passione e i dolori di Maria, trovando spazio nei concerti quaresimali come momento di riflessione spirituale. Il viaggio musicale dell’Insieme Vocale Elastico Nato alla fine del 1999 per celebrare il nuovo millennio, l’Insieme Vocale Elastico evolve dall’esperienza dei The Black Sheep. Guidato dal maestro Fabrizio Fucile, il gruppo vanta una formazione variabile che unisce coristi di diversa estrazione, legati da stima e amicizia. Il loro vasto repertorio spazia dal barocco alla musica contemporanea (da Bach e Vivaldi a Ramirez). Tra le attività di maggior rilievo, l’ensemble si è distinto nell’esecuzione dello Stabat Mater di Pergolesi, presentato con successo a Roma in contesti prestigiosi come Santa Maria del Popolo e la Basilica di San Clemente.
Quaresima: in cammino verso la rinascita

In Cammino verso la Luce Sincronizzare il cuore Dopo le prime settimane del nuovo anno, la Chiesa ci fa dono di un tempo speciale: la Quaresima. È quasi una parentesi, una pausa necessaria che ci chiede di fermarci e rallentare. Molti la considerano uno dei periodi più mesti dell’anno, fatto solo di sacrifici e rinunce, ma in realtà è l’occasione per sincronizzare la nostra parte umana con quella spirituale. È un tempo nuovo per togliere il superfluo, per scuotere la polvere che si annida nel cuore e tornare all’essenziale del nostro essere, rinforzando quel filo vitale che ci tiene uniti a Lui dall’eternità. Rifiorire nella Grazia Non è un caso che questo tempo prezioso arrivi alle porte della primavera, quando la natura attende con i rami spogli e si dispone a ricevere luce e calore per il germoglio che darà vita nuova alla pianta. Così anche noi, come terra arida avvolta dalle nostre contraddizioni, dai nostri “no” e dall’egoismo che ci chiude agli altri, lasciamoci aiutare dalla misericordia di Dio. Essa, come pioggia, lava le nostre colpe e ci disseta con la sua Parola, per renderci pronti a rifiorire con Lui e in Lui al sole della nuova Pasqua. A te la mia lode, o Dio, per sempre… Amen Ringraziamo di cuore William, per le sue preziose e significative riflessioni sul cammino quaresimale.
Dalle Ceneri… attraversare l’essenziale

Inizio della Quaresima con il rito delle Ceneri Mercoledì 18 febbraio le nostre due comunità , assieme ai parroci don Alex e da don Dario, hanno dato inizio al cammino quaresimale, un periodo di cinque settimane di riflessione e preparazione. Durante le celebrazioni liturgiche, si è svolto il rito dell’imposizione delle ceneri. Le Sante Messe e la Benedizione sono state celebrate in due momenti distinti, per dare maggiore possibilità di partecipazione ai fedeli: alle ore 18.00 in Chiesa di San Martino a Fanna e alle ore 20.00 in Chiesa di San Remigio a Cavasso Nuovo. Le ceneri come punto di partenza, il deserto come percorso, la Pasqua come meta. Il rito delle Ceneri segna l’inizio della Quaresima, i 40 giorni che precedono la Pasqua. È un segno importante nella sua semplicità: un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte, accompagnato da un invito alla riflessione sulla fragilità umana e con il desiderio di un passaggio interiore, per riportarci all’umiltà. Attraversare l’essenziale Il “deserto” quaresimale non è un luogo fisico, ma uno stato dell’anima: un percorso funzionale per ridurre il superfluo e riscoprire ciò che conta davvero. LA PRATICA DEL “TOGLIERE”Attraversare il deserto oggi significa sottrarre invece di accumulare… Silenzio contro chiasso. Spegnere il rumore esterno per tornare ad ascoltare la propria voce interiore e i propri pensieri. Leggerezza contro peso. Abbandonare gli “zaini pesanti” che portiamo ogni giorno, come l’ansia da prestazione, il bisogno di possesso e la dipendenza dal giudizio altrui. Il senso del cammino (40 Giorni) Il tempo del deserto è un intervallo, tra una fine e un inizio… Fragilità come partenza. Se la cenere ci ricorda che tutto finisce, il deserto ci insegna l’umiltà. Nell’assenza scopriamo il notro bisogno vitale di relazioni umane. Perdono come ristoro. In un luogo arido, il perdono non è un concetto astratto, ma una necessità biologica, come all’acqua per l’assetato. Comprendere cosa serve davvero Attraversare il deserto ha senso solo in funzione della meta finale… Lasciare andare. Se la cenere è il coraggio di ammettere che qualcosa in noi deve morire, il deserto è il tempo pratico e spirituale per separarsene. La Pasqua della consapevolezza. Si esce dal deserto diversi da come si è entrati. La Resurrezione è la scoperta che, una volta tolto tutto ciò che pesa, resta in noi solo ciò che non muore… Curiosità e aspetti poco noti Un riciclo sacro La cenere utilizzata ha un’origine suggestiva: si ottiene bruciando i rami d’ulivo o di palma benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente. Ciò che un tempo era segno di trionfo e festa diventa polvere, ricordandoci che la gloria terrena è passeggera, mentre l’amore resta. Una piccola riflessione La cenere è ciò che resta quando il fuoco ha bruciato tutto il superfluo… Riceverla significa accogliere la possibilità di vivere nell’essenziale: la Quaresima.
Fanna & Cavasso, Carnevale da spasso!

Metti in maschera l’allegria: un pomeriggio tra amici e colori 🌈 Cosa succede al lunedì “grasso” se unisci due parrocchie e tante maschere? Una festa di colori e sapori!! Era lunedì 16 febbraio, quando la Sala Arcobaleno si è riempita di allegria per un pomeriggio fuori dagli schemi e dagli schermi… Peace&Love e SuperDonAlex! Lo staff in stile Hippie anni ’70 e il grande Don Alex, che ha un vero superpotere: conosce i nomi di tutti i bambini, uno per uno! (Cosa non scontata! ). In console il giovanissimo DJ Alex, che ha fatto ballare tutti! Sfilata con… abbuffata di premi La giuria ha dovuto scegliere i vincitori tra: Le maschere più originali e quelle più spaventose I costumi più buffi e quelli storici Le coppie e i gruppi più affiatati! Il premio per tutti, caramelle e cioccolatini! Il sapore dolce dell’amicizia Grazie mamme & Grazie comunità: mentre i piccoli si scatenavano, noi ci siamo goduti un momento di chiacchiere e patatine e dolci spettacolari preparati dalle nostre super mamme. È stato bellissimo vedere le comunità unite in un clima di amicizia e semplicità. Un abbraccio agli animatori Grazie per l’impegno e per aver reso tutto perfetto. I bambini (e anche i ragazzi!) si sono divertiti un mondo. Siamo già pronti per la prossima?!?… Nelle foto sopra e sotto Don Alex assieme allo staff e agli animatori, tutti in stile Hippie
San Biagio, protettore di gola e verità

San Biagio: un incrocio di protezioni Luce e devozione si sono intrecciate nella chiesa di San Martino in occasione di San Biagio. La messa delle ore 18:00 celebrata da don Adrian, ha unito le nostre due comunità in un clima di preghiera, rinnovando la tradizione della benedizione della gola, un rito antico e sempre molto caro alla nostra zona. San Biagio: medico, vescovo, martire Un’arma divina: tra storia, scienza, fede e cura Vissuto nel IV secolo a Sebaste, nell’antica Armenia, Biagio rappresenta un collegamento tra realtà documentata e devozione. Medico stimato prima di diventare Vescovo, il suo nome evocava già una missione di “arma divina”: non si limitava a curare i corpi, ma utilizzava la sua professione per guarire lo spirito, portando a molti la Parola di Gesù. L’eremita e il legame con gli animali Durante le persecuzioni imperiali, Biagio scelse la via del silenzio rifugiandosi in una grotta montana. Qui la sua vita si intrecciò con la natura: si narra che le belve feroci lo cercassero spontaneamente per essere curate e benedette. Questo legame fu la causa della sua cattura: i cacciatori imperiali, indispettiti dalla protezione che offriva agli animali, lo portarono dal governatore. I miracoli della gola e della gratitudine Il percorso verso il martirio è segnato da episodi simbolici. Il più celebre è il miracolo della gola: Biagio salvò un bambino che stava soffocando per una lisca di pesce, diventando il protettore contro i mali dell’apparato respiratorio. Un altro racconto riguarda un lupo che restituì il maialino a una povera vedova su ordine del Santo; per ringraziarlo, la donna gli portò in carcere mele e candele, gesto che ancora oggi risuona nel rito liturgico. Dal supplizio alla protezione: il Santo che tesse la speranza Nonostante le torture inflitte con i pettini di ferro (strumenti usati per cardare la lana), Biagio non rinnegò la fede e fu decapitato nel 316 d.C. Proprio per questo supplizio la devozione popolare lo ha reso anche protettore di cardatori, lanaioli e tessitori. La tradizione e il passaggio di stagione Il 3 febbraio rimane una data rappresentativa: il rito delle candele incrociate sul collo è un simbolo di protezione che resiste al tempo. Invocare San Biagio oggi significa non solo chiedere la salute fisica, ma anche il coraggio di usare la propria “gola” per testimoniare la verità, imparando la saggezza del silenzio quando le parole non servono. Non voi infatti aiuterete a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che è in voi. — Matteo 10,20
Candelora: Cuore di Madre, Luce del Padre

La Messa della Candelora, celebrata il 2 febbraio da don Alex a San Remigio, è stata un momento speciale per le nostre due parrocchie. Alle ore 18, le comunità si sono riunite in un’unica celebrazione per questo un rito, ancora oggi molto sentito nei nostri territori. La Presentazione al Tempio… che cambierà i Tempi Nella liturgia cattolica, questa ricorrenza è ufficialmente denominata Festa della Presentazione del Signore, ed è considerata una delle festività più antiche della Chiesa, poiché chiude idealmente il ciclo delle celebrazioni natalizie (40 giorni dopo il 25 dicembre). È un momento carico di simbolismo, dove il mondo antico incontra la novità portata da Gesù, segnando il passaggio dalle tenebre alla speranza. Candelora, con Maria la Luce è la Via La Candelora riporta alle parole profetiche del vecchio Simeone, che accolse Gesù definendolo “Luce per illuminare le genti”. Se un tempo questa ricorrenza era legata soprattutto alla purificazione della Vergine, oggi l’attenzione è tutta sulla fiamma che vince l’oscurità. In Friuli questa devozione è ancora vivissima e si riflette nel culto della Madonna Candelora per la devozione profonda per la figura mariana. Candelora, protezione in ogni dimora Nelle case friulane, la candela benedetta era uno strumento di protezione spirituale. Veniva accesa contro temporali e grandine per salvare i raccolti, o accanto ai morenti come luce guida oltre la vita. Suggestivo era il rito del ritorno: portare la fiamma accesa dalla chiesa fino al proprio focolare, unendo idealmente il sacro alla vita domestica. Candelora: la speranza si colora La Candelora rappresenta la festa del “confine”, poiché cade a metà strada tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. È il momento in cui la natura inizia a risvegliarsi e il mondo contadino si affida alle previsioni di un tempo. Come ricorda il proverbio «Se c’è sole a Candelora, del inverno semo fora, se piove e tira vento del inverno semo dentro»… «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele.» — Luca 2, 30-32 La Presentazione al Tempio, e non solo… Secondo la legge di Mosè, ogni primogenito maschio doveva essere presentato al Signore e “riscatto” attraverso un sacrificio. Per la Chiesa, questo atto non è solo un adempimento legale, ma l’incontro tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Cristo come “Luce delle Genti”: Il nome “Candelora” deriva proprio dal cantico che il vecchio Simeone pronunciò accogliendo Gesù tra le braccia: «Lume per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele». La Purificazione di Maria: Anticamente, la festa sottolineava anche la purificazione della Vergine Maria secondo le prescrizioni ebraiche del Levitico. Sebbene la riforma liturgica del 1969 abbia rimesso al centro la figura di Cristo, il legame mariano resta fortissimo nel culto popolare friulano, come dimostrano le varianti Madona de le candele o Madone des cjandelis. Legge Mosaica: una donna era considerata impura dopo il parto per un periodo di circa 40 giorni (il puerperio). Per essere riammessa nella comunità, doveva compiere un rito di purificazione al tempio offrendo dei volatili. Fino agli anni ’50-’60, questa tradizione sopravviveva nella benedizione delle puerpere: le neo-mamme si recavano in chiesa con una candela accesa e venivano simbolicamente scortate dal sacerdote fino all’altare della Madonna per essere “riscattate”.
Discernimento e desiderio: ritrovare la via del cuore

«Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» Introduzione alla preghiera ignaziana Il cuore è il nostro centro nascosto e irraggiungibile agli altri, il luogo della decisione e dell’Incontro, dove entriamo in relazione con Dio. Il luogo dell’Alleanza, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2562-2563). La preghiera che Gesù ci ha mostrato è la preghiera del cuore, un incontro affascinante e intimo con Dio, che ha il sapore della Comunione. In tutta onestà dobbiamo ammettere che spesso la nostra preghiera personale non le assomiglia, ma forse, semplicemente, perché per prima cosa abbiamo bisogno di qualcuno che ci ha mostri proprio una via per rientrare nel cuore. La lunga e ricchissima storia della Chiesa ha un tale patrimonio di santità da offrici molte guide tra cui scegliere la più affine alla nostra sensibilità. Oggi presentiamo come possibile esempio Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine gesuita. Maestro nel discernimento dei moti del cuore, Ignazio è padre di un metodo che parte dalla Parola di Dio, gustata e assaporata con tutto ciò che compone la nostra umanità: sensi, pensieri, memoria, immaginazione, volontà ed emozioni (come dettagliato meglio nell’articolo). È un incontro che porta frutto nella nostra vita, più di qualsiasi sforzo di volontà: “il seme [della Parola] germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (Mc 4 26-32). Un grazie speciale a Ketti Angeli per aver condiviso con noi la sua riflessione sulla preghiera ignaziana. Lasciatevi ispirare dalle sue parole e scoprite nuovi sentieri di spiritualità e riflessione, per arricchire il vostro quotidiano. Trovate l’articolo nella versione integrale al link qui sotto. download articolo completo
Falò a Fanna: la tradizione che accende il futuro

Scintille al Cielo: verso il domani e nel ricordo A Fanna, come nel Friuli, grande partecipazione per il Falò dell’Epifania, è un evento che affonda le radici nel 1300 per arrivare, più vivo che mai, fino ai giorni nostri! La Benedizione, il sacro verso il fuoco Non c’è protezione senza spirito, il momento in cui Don Alex, Don Dario invocano la benedizione sul falò è il vero inizio del falò, le preghiere si alzano insieme alle fiamme per proteggere la comunità, i raccolti e il cammino di ognuno nei mesi a venire. È un abbraccio spirituale che coinvolge. Un rito tra direzione del fumo e pronostici Il falò epifanico è l’eredità dei nostri antenati: un rito di purificazione che brucia quello che rimane dell’anno passato per far spazio al nuovo. Mentre le fiamme danzano, gli occhi della comunità cercano risposte nel cielo… il “pronostico del fumo”: se la scia punta a Est, i granai saranno pieni; se va a Ovest, la sfida si fa dura. È la saggezza contadina che diventa visibile, un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Fanna, la tradizione ha un cuore giovane A Fanna, il falò non è un evento che si guarda, è un evento che si fa. Dietro la maestosa struttura che sfida il cielo, c’è il lavoro instancabile dell’associazione “Chei dal falò”, che quest’anno celebra il suo quinto anniversario raccogliendo il testimone dagli Alpini. La vera forza sono i giovani. Vedere i ragazzi lavorare fianco a fianco con gli anziani è la prova che questa fiamma continua ad ardere. Molto più di un ritrovo collettivo Anche quest’anno grande armonia, grazie alla collaborazione tra Associazioni Comune, Alpini, commercianti e cittadini, Fanna si è dimostrata un esempio di solidarietà. Il falò è il nostro social network originale: un luogo dove ci si incontra davvero, dove i legami si stringono tra un bicchiere di vin brulé e il calore del fuoco. Custodire il fuoco, illuminare il domani Il Falò di Fanna è il successo di una comunità che vuole mantenere le tradizioni. È un invito a vivere l’esperienza, a sostenere chi lavora dietro le quinte e a ricordare che, finché ci sarà qualcuno pronto ad accatastare fascine e qualcun altro a benedire la fiamma, il nostro futuro sarà sempre luminoso. In memoria di chi ha alimentato la fiamma Un pensiero speciale va a chi, pur non essendo più fisicamente con noi, continua a vivere nel calore di questo fuoco. L’associazione “Chei dal falò” vuole tenere vivo il ricordo di Tony Cadel e Fernando Piccoli, collaboratori instancabili e amici preziosi. Il loro impegno e la loro passione sono stati determinanti per la crescita di questa tradizione, ogni scintilla salita al cielo porta con sé il nostro grazie per tutto ciò che hanno costruito insieme a noi. (testo agg. al 6.02.2026) Ringraziamo: Elena Pettovel per le foto e l’Associazione “Chei dal Falò” per le informazioni «La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata con il fuoco; egli è lo scudo di tutti quelli che si rifugiano in lui». (Salmo 18,30) Benedire, proteggere, custodire. Con la benedizione, il sacro si unisce al calore del fuoco per proteggere la nostra comunità e i frutti della terra, un gesto semplice e profondo che purifica il cuore e accompagna con speranza ogni nostro passo verso l’anno nuovo. #FalòFanna #tradizioniantiche #cheidalfalò #fuocoantico #sottolestelle #comunitàinsieme #BenedizioneProtezione
Benedizione acqua sale frutta: storico rito aquileiese

Una Benedizione tra fede e tradizione Nelle nostre parrocchie il 5 gennaio abbiamo celebrato il rito della benedizione della frutta, del sale e dell’acqua, un momento da sempre molto sentito e vissuto con grande partecipazione dalle nostre comunità di Fanna e Cavasso Nuovo. Questa tradizione affonda le sue radici nella storia del nostro territorio, risalendo alla liturgia della Chiesa di Aquileia al tempo del Patriarcato. Il sacro nel quotidiano: i simboli Ancora oggi, i riti legati alla Vigilia dell’Epifania ci insegnano quanto sia profondo il legame tra la nostra vita di ogni giorno e la dimensione spirituale. Attraverso tre elementi semplici, la tradizione di Aquileia ci offre un prezioso insegnamento: L’Acqua (Sorgente di Vita). L’importanza dell’acqua come elemento vitale e prezioso è un richiamo profondo alle nostre origini. Nel solco della spiritualità d’Oriente, immergere la croce nell’acqua non è un gesto formale, ma un invito a riscoprire le proprie origini. Il Sale (La Sapienza del custodire). Simbolo di saggezza e protezione, il sale viene benedetto nella cultura contadina perché proteggeva il nutrimento dal passare del tempo; spiritualmente, educa alla cura e alla conservazione del bene, rappresenta ciò che preserva dalla corruzione spirituale e fisica. La Frutta (L’abbondanza del Creato). Segno tangibile di ciò che è speciale, ogni frutto è un invito al ringraziamento. Benedire questi doni vuol dire anche sentire umiltà e unione: la prosperità che fiorisce solo attraverso la cura del Creato. Quando la fede parla la lingua di confine Aquileia: un incontro tra mondi Nella storia delle grandi tradizioni europee, Aquileia occupa un posto speciale. Più che una semplice sede religiosa, essa era un Patriarcato: un termine che a quei tempi indicava una paternità spirituale estesa e autorevole, un titolo che condivideva con città come Antiochia, Alessandria, Gerusalemme, Costantinopoli e Roma. Questa città antica rappresentava un punto di incontro unico, capace di tenere uniti popoli di lingue e culture differenti, dai territori del Friuli fino alle terre slovene, austriache e ungheresi. La forza di Aquileia risiedeva nella sua capacità di armonizzare: non cercava di imporre un unico modello, ma accoglieva con equilibrio sia la solennità della tradizione latina, sia la profondità meditativa di quella orientale. Era, nel senso più puro, una terra di dialogo. In eredità l’equilibrio e la concretezza Questa antica tradizione non è solo un ricordo del passato, ma un valore vivo delle nostre radici, che continua. Ci insegna che la spiritualità non è qualcosa di distante, si trova anche nella concretezza delle cose semplici. Aquileia ci invita a restare fedeli a noi stessi, celebrando la vita attraverso i simboli della terra e la bellezza dell’incontro tra culture diverse.