San Biagio, protettore di gola e verità

San Biagio: un incrocio di protezioni Luce e devozione si sono intrecciate nella chiesa di San Martino in occasione di San Biagio. La messa delle ore 18:00 celebrata da don Adrian, ha unito le nostre due comunità in un clima di preghiera, rinnovando la tradizione della benedizione della gola, un rito antico e sempre molto caro alla nostra zona. San Biagio: medico, vescovo, martire Un’arma divina: tra storia, scienza, fede e cura Vissuto nel IV secolo a Sebaste, nell’antica Armenia, Biagio rappresenta un collegamento tra realtà documentata e devozione. Medico stimato prima di diventare Vescovo, il suo nome evocava già una missione di “arma divina”: non si limitava a curare i corpi, ma utilizzava la sua professione per guarire lo spirito, portando a molti la Parola di Gesù. L’eremita e il legame con gli animali Durante le persecuzioni imperiali, Biagio scelse la via del silenzio rifugiandosi in una grotta montana. Qui la sua vita si intrecciò con la natura: si narra che le belve feroci lo cercassero spontaneamente per essere curate e benedette. Questo legame fu la causa della sua cattura: i cacciatori imperiali, indispettiti dalla protezione che offriva agli animali, lo portarono dal governatore. I miracoli della gola e della gratitudine Il percorso verso il martirio è segnato da episodi simbolici. Il più celebre è il miracolo della gola: Biagio salvò un bambino che stava soffocando per una lisca di pesce, diventando il protettore contro i mali dell’apparato respiratorio. Un altro racconto riguarda un lupo che restituì il maialino a una povera vedova su ordine del Santo; per ringraziarlo, la donna gli portò in carcere mele e candele, gesto che ancora oggi risuona nel rito liturgico. Dal supplizio alla protezione: il Santo che tesse la speranza Nonostante le torture inflitte con i pettini di ferro (strumenti usati per cardare la lana), Biagio non rinnegò la fede e fu decapitato nel 316 d.C. Proprio per questo supplizio la devozione popolare lo ha reso anche protettore di cardatori, lanaioli e tessitori. La tradizione e il passaggio di stagione Il 3 febbraio rimane una data rappresentativa: il rito delle candele incrociate sul collo è un simbolo di protezione che resiste al tempo. Invocare San Biagio oggi significa non solo chiedere la salute fisica, ma anche il coraggio di usare la propria “gola” per testimoniare la verità, imparando la saggezza del silenzio quando le parole non servono. Non voi infatti aiuterete a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che è in voi. — Matteo 10,20
Candelora: Cuore di Madre, Luce del Padre

La Messa della Candelora, celebrata il 2 febbraio da don Alex a San Remigio, è stata un momento speciale per le nostre due parrocchie. Alle ore 18, le comunità si sono riunite in un’unica celebrazione per questo un rito, ancora oggi molto sentito nei nostri territori. La Presentazione al Tempio… che cambierà i Tempi Nella liturgia cattolica, questa ricorrenza è ufficialmente denominata Festa della Presentazione del Signore, ed è considerata una delle festività più antiche della Chiesa, poiché chiude idealmente il ciclo delle celebrazioni natalizie (40 giorni dopo il 25 dicembre). È un momento carico di simbolismo, dove il mondo antico incontra la novità portata da Gesù, segnando il passaggio dalle tenebre alla speranza. Candelora, con Maria la Luce è la Via La Candelora riporta alle parole profetiche del vecchio Simeone, che accolse Gesù definendolo “Luce per illuminare le genti”. Se un tempo questa ricorrenza era legata soprattutto alla purificazione della Vergine, oggi l’attenzione è tutta sulla fiamma che vince l’oscurità. In Friuli questa devozione è ancora vivissima e si riflette nel culto della Madonna Candelora per la devozione profonda per la figura mariana. Candelora, protezione in ogni dimora Nelle case friulane, la candela benedetta era uno strumento di protezione spirituale. Veniva accesa contro temporali e grandine per salvare i raccolti, o accanto ai morenti come luce guida oltre la vita. Suggestivo era il rito del ritorno: portare la fiamma accesa dalla chiesa fino al proprio focolare, unendo idealmente il sacro alla vita domestica. Candelora: la speranza si colora La Candelora rappresenta la festa del “confine”, poiché cade a metà strada tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. È il momento in cui la natura inizia a risvegliarsi e il mondo contadino si affida alle previsioni di un tempo. Come ricorda il proverbio «Se c’è sole a Candelora, del inverno semo fora, se piove e tira vento del inverno semo dentro»… «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele.» — Luca 2, 30-32 La Presentazione al Tempio, e non solo… Secondo la legge di Mosè, ogni primogenito maschio doveva essere presentato al Signore e “riscatto” attraverso un sacrificio. Per la Chiesa, questo atto non è solo un adempimento legale, ma l’incontro tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Cristo come “Luce delle Genti”: Il nome “Candelora” deriva proprio dal cantico che il vecchio Simeone pronunciò accogliendo Gesù tra le braccia: «Lume per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele». La Purificazione di Maria: Anticamente, la festa sottolineava anche la purificazione della Vergine Maria secondo le prescrizioni ebraiche del Levitico. Sebbene la riforma liturgica del 1969 abbia rimesso al centro la figura di Cristo, il legame mariano resta fortissimo nel culto popolare friulano, come dimostrano le varianti Madona de le candele o Madone des cjandelis. Legge Mosaica: una donna era considerata impura dopo il parto per un periodo di circa 40 giorni (il puerperio). Per essere riammessa nella comunità, doveva compiere un rito di purificazione al tempio offrendo dei volatili. Fino agli anni ’50-’60, questa tradizione sopravviveva nella benedizione delle puerpere: le neo-mamme si recavano in chiesa con una candela accesa e venivano simbolicamente scortate dal sacerdote fino all’altare della Madonna per essere “riscattate”.
Discernimento e desiderio: ritrovare la via del cuore

«Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» Introduzione alla preghiera ignaziana Il cuore è il nostro centro nascosto e irraggiungibile agli altri, il luogo della decisione e dell’Incontro, dove entriamo in relazione con Dio. Il luogo dell’Alleanza, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2562-2563). La preghiera che Gesù ci ha mostrato è la preghiera del cuore, un incontro affascinante e intimo con Dio, che ha il sapore della Comunione. In tutta onestà dobbiamo ammettere che spesso la nostra preghiera personale non le assomiglia, ma forse, semplicemente, perché per prima cosa abbiamo bisogno di qualcuno che ci ha mostri proprio una via per rientrare nel cuore. La lunga e ricchissima storia della Chiesa ha un tale patrimonio di santità da offrici molte guide tra cui scegliere la più affine alla nostra sensibilità. Oggi presentiamo come possibile esempio Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine gesuita. Maestro nel discernimento dei moti del cuore, Ignazio è padre di un metodo che parte dalla Parola di Dio, gustata e assaporata con tutto ciò che compone la nostra umanità: sensi, pensieri, memoria, immaginazione, volontà ed emozioni (come dettagliato meglio nell’articolo). È un incontro che porta frutto nella nostra vita, più di qualsiasi sforzo di volontà: “il seme [della Parola] germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (Mc 4 26-32). Un grazie speciale a Ketti Angeli per aver condiviso con noi la sua riflessione sulla preghiera ignaziana. Lasciatevi ispirare dalle sue parole e scoprite nuovi sentieri di spiritualità e riflessione, per arricchire il vostro quotidiano. Trovate l’articolo nella versione integrale al link qui sotto. download articolo completo
Falò a Fanna: la tradizione che accende il futuro

Scintille al Cielo: verso il domani e nel ricordo A Fanna, come nel Friuli, grande partecipazione per il Falò dell’Epifania, è un evento che affonda le radici nel 1300 per arrivare, più vivo che mai, fino ai giorni nostri! La Benedizione, il sacro verso il fuoco Non c’è protezione senza spirito, il momento in cui Don Alex, Don Dario invocano la benedizione sul falò è il vero inizio del falò, le preghiere si alzano insieme alle fiamme per proteggere la comunità, i raccolti e il cammino di ognuno nei mesi a venire. È un abbraccio spirituale che coinvolge. Un rito tra direzione del fumo e pronostici Il falò epifanico è l’eredità dei nostri antenati: un rito di purificazione che brucia quello che rimane dell’anno passato per far spazio al nuovo. Mentre le fiamme danzano, gli occhi della comunità cercano risposte nel cielo… il “pronostico del fumo”: se la scia punta a Est, i granai saranno pieni; se va a Ovest, la sfida si fa dura. È la saggezza contadina che diventa visibile, un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Fanna, la tradizione ha un cuore giovane A Fanna, il falò non è un evento che si guarda, è un evento che si fa. Dietro la maestosa struttura che sfida il cielo, c’è il lavoro instancabile dell’associazione “Chei dal falò”, che quest’anno celebra il suo quinto anniversario raccogliendo il testimone dagli Alpini. La vera forza sono i giovani. Vedere i ragazzi lavorare fianco a fianco con gli anziani è la prova che questa fiamma continua ad ardere. Molto più di un ritrovo collettivo Anche quest’anno grande armonia, grazie alla collaborazione tra Associazioni Comune, Alpini, commercianti e cittadini, Fanna si è dimostrata un esempio di solidarietà. Il falò è il nostro social network originale: un luogo dove ci si incontra davvero, dove i legami si stringono tra un bicchiere di vin brulé e il calore del fuoco. Custodire il fuoco, illuminare il domani Il Falò di Fanna è il successo di una comunità che vuole mantenere le tradizioni. È un invito a vivere l’esperienza, a sostenere chi lavora dietro le quinte e a ricordare che, finché ci sarà qualcuno pronto ad accatastare fascine e qualcun altro a benedire la fiamma, il nostro futuro sarà sempre luminoso. In memoria di chi ha alimentato la fiamma Un pensiero speciale va a chi, pur non essendo più fisicamente con noi, continua a vivere nel calore di questo fuoco. L’associazione “Chei dal falò” vuole tenere vivo il ricordo di Tony Cadel e Fernando Piccoli, collaboratori instancabili e amici preziosi. Il loro impegno e la loro passione sono stati determinanti per la crescita di questa tradizione, ogni scintilla salita al cielo porta con sé il nostro grazie per tutto ciò che hanno costruito insieme a noi. (testo agg. al 6.02.2026) Ringraziamo: Elena Pettovel per le foto e l’Associazione “Chei dal Falò” per le informazioni «La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata con il fuoco; egli è lo scudo di tutti quelli che si rifugiano in lui». (Salmo 18,30) Benedire, proteggere, custodire. Con la benedizione, il sacro si unisce al calore del fuoco per proteggere la nostra comunità e i frutti della terra, un gesto semplice e profondo che purifica il cuore e accompagna con speranza ogni nostro passo verso l’anno nuovo. #FalòFanna #tradizioniantiche #cheidalfalò #fuocoantico #sottolestelle #comunitàinsieme #BenedizioneProtezione
Benedizione acqua sale frutta: antico rito aquileiese

Una Benedizione tra fede e tradizione Nelle nostre parrocchie il 5 gennaio abbiamo celebrato il rito della benedizione della frutta, del sale e dell’acqua, un momento da sempre molto sentito e vissuto con grande partecipazione dalle nostre comunità di Fanna e Cavasso Nuovo. Questa tradizione affonda le sue radici nella storia del nostro territorio, risalendo alla liturgia della Chiesa di Aquileia al tempo del Patriarcato. Il sacro nel quotidiano: i simboli Ancora oggi, i riti legati alla Vigilia dell’Epifania ci insegnano quanto sia profondo il legame tra la nostra vita di ogni giorno e la dimensione spirituale. Attraverso tre elementi semplici, la tradizione di Aquileia ci offre un prezioso insegnamento: L’Acqua (Sorgente di Vita). L’importanza dell’acqua come elemento vitale e prezioso è un richiamo profondo alle nostre origini. Nel solco della spiritualità d’Oriente, immergere la croce nell’acqua non è un gesto formale, ma un invito a riscoprire le proprie origini. Il Sale (La Sapienza del custodire). Simbolo di saggezza e protezione, il sale viene benedetto nella cultura contadina perché proteggeva il nutrimento dal passare del tempo; spiritualmente, educa alla cura e alla conservazione del bene, rappresenta ciò che preserva dalla corruzione spirituale e fisica. La Frutta (L’abbondanza del Creato). Segno tangibile di ciò che è speciale, ogni frutto è un invito al ringraziamento. Benedire questi doni vuol dire anche sentire umiltà e unione: la prosperità che fiorisce solo attraverso la cura del Creato. Quando la fede parla la lingua di confine Aquileia: un incontro tra mondi Nella storia delle grandi tradizioni europee, Aquileia occupa un posto speciale. Più che una semplice sede religiosa, essa era un Patriarcato: un termine che a quei tempi indicava una paternità spirituale estesa e autorevole, un titolo che condivideva con città come Antiochia, Alessandria, Gerusalemme, Costantinopoli e Roma. Questa città antica rappresentava un punto di incontro unico, capace di tenere uniti popoli di lingue e culture differenti, dai territori del Friuli fino alle terre slovene, austriache e ungheresi. La forza di Aquileia risiedeva nella sua capacità di armonizzare: non cercava di imporre un unico modello, ma accoglieva con equilibrio sia la solennità della tradizione latina, sia la profondità meditativa di quella orientale. Era, nel senso più puro, una terra di dialogo. In eredità l’equilibrio e la concretezza Questa antica tradizione non è solo un ricordo del passato, ma un valore vivo delle nostre radici, che continua. Ci insegna che la spiritualità non è qualcosa di distante, si trova anche nella concretezza delle cose semplici. Aquileia ci invita a restare fedeli a noi stessi, celebrando la vita attraverso i simboli della terra e la bellezza dell’incontro tra culture diverse.
Te Deum: un inno antico per dire Grazie

Oltre il tempo, nella lode, nella grazia Anche quest’anno il Te Deum è stato un momento atteso e sentito dalle nostre comunità. Celebrato in entrambe le nostre chiese di San Martino e di San Remigio in due orari diversi, l’inno ha riunito i fedeli per un ringraziamento corale, confermandosi un appuntamento prezioso per chiudere l’anno in preghiera. Te Deum Esistono parole capaci di attraversare i secoli senza perdere la loro forza e il Te Deum è una di queste. Nato tra il IV e il V secolo, questo inno solenne rappresenta un pilastro della liturgia cristiana. Il suo nome deriva dall’incipit latino Te Deum laudamus, “Ti lodiamo, o Dio”, un’espressione che racchiude l’essenza stessa della preghiera: il riconoscimento grato dell’azione divina nella nostra vita quotidiana. Il Te Deum è una narrazione complessa che ci emoziona come credenti, dove si intrecciano la lode gioiosa rivolta alla Trinità, la professione di fede in Cristo e una supplica finale carica di umanità. È questa struttura a rendere la preghiera capace di trasformare il passato in una spinta verso il futuro, rendendo il ringraziamento un atto concreto. Nella tradizione, il momento più significativo in cui questo inno è il 31 dicembre, quando le comunità si raccolgono per affidare alla Provvidenza il tempo trascorso, interpretando i mesi appena vissuti come un cammino dotato di senso. Nelle nostre zone questa consuetudine è molto sentita: nelle chiese diventa un rito di memoria condivisa, che unisce generazioni. Celebrare il Te Deum oggi, significa accogliere il presente con fiducia. È un invito a riscoprire la bellezza della responsabilità comune e a iniziare ogni nuovo tempo con uno sguardo aperto e riconoscente, consapevoli che la storia, pur nelle sue fragilità, è sempre il luogo di un incontro possibile con il sacro. Ringraziamo Ilva Rovedo per la realizzazione dello stampato con l’inno Te Deum
San Silvestro: Luce e Pace attraverso i secoli

Dove la preghiera diventa abbraccio Nel silenzio di metà pomeriggio, mentre la luce dell’ultimo giorno del 2025 si faceva radente e fragile, ci siamo ritrovati nella piccola chiesetta di San Silvestro a Fanna. Per la prima volta ci siamo riuniti in questo spazio raccolto per una benedizione, un momento di sosta e preghiera prima del passaggio al nuovo anno. Ascoltare e leggere insieme i Vespri e la storia del Santo ci ha permesso di riscoprirlo come un compagno di viaggio: l’uomo che seppe portare il mondo verso un’era di Pace. In questo tempo condiviso abbiamo chiesto a lui la stessa grazia, saper lasciare alle spalle le ombre del passato per camminare con fiducia verso ciò che ci aspetta. Dopo la preghiera ci siamo spostati da Rosanna e Silverio, accolti dal calore della loro casa. È stato un momento conviviale semplice e sincero che ci ha fatto sentire in famiglia. Abbiamo assaporato la bellezza dello stare insieme nella spontaneità, grati per questa “prima volta” che ci ha uniti. San Silvestro: download storia e preghiera
Concerto Gospel a Cavasso, la musica che unisce le anime…

Il Gospel: un canto che unisce In collaborazione con il Comune di Cavasso Nuovo, abbiamo ospitato nella chiesa di San Remigio, il Coro Gospel Soul Circus. Il Gospel, che significa “Parola di Dio”, è un genere musicale nato dall’incontro tra la tradizione spirituale e il desiderio di condividere la speranza. A differenza di altri generi, non è solo musica, ma una forma di preghiera corale che usa la voce e il ritmo per esprimere la fede e la gioia di stare insieme. Il Coro Soul Circus, nato nel 2002 a Ronchi dei Legionari, cerca di mantenere viva proprio questa radice profonda. Invece di seguire le mode moderne, si impegna a riportare le sonorità all’anima (soul) della musica nera, unendo canti spirituali e ritmi africani. Come amano ricordare i coristi, il ritmo è il battito del cuore e la musica è un modo semplice per dare sollievo allo spirito. È stato un momento di condivisione serena per la nostra comunità nel periodo natalizio, un’occasione per ascoltare canti che, da secoli, aiutano le persone a sentirsi più vicine.
Lo sguardo di San Francesco: il presepe ci fa “vedere”

Fermare il tempo: la lezione di Greccio Il presepe è un punto d’incontro tra la Storia Sacra e la nostra frenetica quotidianità. Tutto ebbe inizio nel 1223 a Greccio, quando San Francesco d’Assisi scelse di “vedere con gli occhi del corpo” l’umiltà di Betlemme. In quella grotta, senza sfarzo ma con la sola verità di un bue, un asinello e una mangiatoia, il Santo ci ha insegnato che il sacro abita nella semplicità. Il suo gesto ci insegna ancora oggi che il sacro si rivela nell’accoglienza e nella semplicità di un cuore aperto. Il presepe ci invita a una sosta necessaria, restituendoci il valore della contemplazione e della meraviglia, per riscoprire la bellezza dell’umiltà e il valore del tempo ritrovato. Da quel primo presepe “vivente”, la tradizione si è evoluta, adattandosi nelle comunità locali con i materiali e lo spirito dei territori che lo rappresentano. C’erano nella stessa regione dei pastori che passavano la notte all’aperto, facendo la guardia al loro gregge. Ed ecco, un angelo del Signore si presentò a loro, e la gloria del Signore li avvolse di luce; essi furono presi da grande paura. Ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è Cristo Signore. E questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito con l’angelo si unì una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà». Luca 2,8-14 I nostri Presepi Sulle orme di Francesco: creare per donare Quella scintilla creativa, accesa otto secoli fa, brilla ancora oggi nel territorio. Nelle chiese di San Martino, San Remigio, San Leonardo e nel Santuario di Madonna di Strada, l’ingegno e la dedizione dei volontari trasformano la materia in preghiera e l’artigianato in arte. Qui la tradizione si fonde con l’identità locale: gli scorci dei borghi diventano lo scenario naturale della Natività, a testimoniare che il Natale accade proprio tra queste mura di pietra e ai piedi delle montagne. Non si tratta solo di manualità, ma di un impegno silenzioso per valorizzare le proprie origini e offrire alla comunità un’opera condivisa. È un’arte che parla di storia attraverso piccoli gesti e cura del dettaglio, mettendo il talento del singolo al servizio di tutti. Qui la tradizione si fonde con l’identità locale: gli scorci dei borghi diventano lo scenario naturale della Natività, a testimoniare che il Natale accade proprio tra queste mura di pietra e ai piedi delle montagne. Non si tratta solo di manualità, ma di un impegno silenzioso per valorizzare le proprie origini e offrire alla comunità un’opera condivisa. È un’arte che parla di storia attraverso piccoli gesti e cura del dettaglio, mettendo il talento del singolo al servizio di tutti. Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato con il cuore e con le mani. Ringraziamo per le foto dei presepi: Sara Biasotto (Chiesa San Martino Fanna) Daniele Menegon (Chiesa San Remigio Cavasso)
“Ricevete la forza”… lo Spirito accende la Vita!

Sette Doni… in cammino con lo Spirito! Domenica 7 dicembre · Chiesa San Martino a Fanna Vedere l’emozione brillare negli occhi dei nostri ragazzi è stato il regalo più bello di questa mattinata. La Santa Messa, celebrata da don Roberto Tondato insieme ai nostri parroci don Alex e don Dario in un’atmosfera di grande accoglienza, ha rispecchiato la serenità di un gruppo che ha saputo camminare, ridere e riflettere insieme. In quel momento, la loro partecipazione così sentita ha trasformato questo passo fondamentale per ogni cristiano in un ricordo indelebile, un tesoro prezioso che porteranno nel cuore per sempre. Proviamo grande gioia per i nostri dodici ragazzi di Cavasso e Fanna: Agnese, Andrea, Elia, Francesca, Giorgia, Greta, Laura, Linda, Luca, Martina, Morris e Sara, ora che il dono dello Spirito è stato Confermato, il loro cammino vive di luce nuova. Per oltre un anno abbiamo imparato che la vita non è una giungla selvaggia, ma che può diventare un giardino fertile, ma che richiede cura, tempo e confini gentili. Tra i pomeriggi di gioco e il servizio estivo vissuto con semplicità in Parrocchia, questi ragazzi hanno reso la Fede concreta, attraverso gesti di amicizia e di aiuto. Ci siamo fermati a riflettere sulle radici, riscoprendo che nessuno di noi è venuto al mondo a caso: siamo stati pensati, voluti e amati ancora prima di nascere. E proprio indagando nel profondo, è emerso quel desiderio universale che è la firma di Dio in ognuno di noi: «Amare e sentirsi amati». Ai nostri ragazzi auguriamo di poter considerare la loro vita come un bene prezioso, che Dio custodisce con tenerezza attraverso lo sguardo di chi vuole loro bene. Noi li ringraziamo per la bellezza che hanno portato nelle nostre vite, camminando accanto passo a passo. “Ricevete la forza dallo Spirito Santo” (Atti 1,8) Condividiamo le intense preghiere scritte dai nostri ragazzi: riflessioni profonde che testimoniano l’importanza di questo momento per la loro crescita e per l’intera comunità parrocchiale: Donaci il tuo Spirito, Signore Padre buono, noi cresimati preghiamo perché le nostre famiglie vivano sempre in salute, in armonia e nella pace del Signore e che ogni casa sia luogo di dialogo, rispetto e amore sincero, e perché genitori e i figli possano sostenersi reciprocamente nelle difficoltà e nel condividere le gioie quotidiane. Ti preghiamo in particolare per le famiglie che soffrono, per chi sta affrontando malattie, incomprensioni o solitudine; il Signore doni loro forza, consolazione e speranza. Noi Ti Preghiamo Padre buono, in questo giorno speciale, Ti affidiamo i nostri amici, dona loro una vita lunga e piena di salute e un futuro luminoso. Ti chiediamo che possano essere sempre fedeli a sé stessi, generosi nel condividere e ricchi nello Spirito. Fa’ che abbiano sempre chi li sostiene e amici sinceri al loro fianco, per non sentirsi mai soli. Insegnaci a credere nei nostri talenti e a seguire con coraggio i nostri sogni, senza paura di cadere o di essere giudicati. Ricordaci sempre che c’è qualcuno che ci vuole bene e che crede in noi. Dona a tutti noi la tua Pace. Noi Ti Preghiamo. Padre buono, Ti preghiamo per la nostra Chiesa e per queste nostre comunità parrocchiali, Ti chiediamo di effondere su tutti noi i sette Doni dello Spirito Santo, affinché la Sapienza e l’Intelletto ci guidino nelle decisioni, la Fortezza e il Consiglio ci sostengano nelle difficoltà, e la Scienza, la Pietà e il Timor di Dio illuminino le nostre azioni. Fa’ che l’unzione che abbiamo ricevuto oggi noi cresimati, non resti solo un ricordo, ma diventi in tutti una fiamma viva di fede coraggiosa e operosa, spingendoci a essere insieme costruttori di pace nel mondo. Noi Ti Preghiamo. Durante la cerimonia, i ragazzi hanno ricevuto dalle nostre Parrocchie un libretto con dei pensieri di Papa Francesco, una matita ‘piantabile’ che simboleggia il percorso di Fede come un giardino in divenire, un biglietto augurale con la dedica personalizzata, il tutto confezionato con cura dalle catechiste Abigyle e Angela. Custodiamo lo Spirito: è la bussola dei nostri sogni.