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	<title>Racconti Testimonianze &#8211; Parrocchie Cavasso Fanna</title>
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	<title>Racconti Testimonianze &#8211; Parrocchie Cavasso Fanna</title>
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		<title>Gloria e Passione, le Palme aprono al silenzio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 20:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività in Parrocchia]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Messa Festiva]]></category>
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					<description><![CDATA[Verso la Settimana Santa Sotto lo stesso cielo&#8230; l’ingresso festoso La Domenica delle Palme a Cavasso e Fanna è stata una celebrazione molto partecipata che ha segnato l&#8217;apertura della Settimana Santa. A Cavasso i fedeli si sono ritrovati nella Piazza del Pino, mentre a Fanna la comunità si è radunata presso la chiesetta di San Silvestro. Don Dario e don Alex hanno ricordato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, benedicendo i rami di ulivo nelle mani dei presenti. Sotto lo stesso cielo di festa, le due processioni si sono messe in cammino verso le chiese rievocando lungo le strade il percorso verso la Città Santa. Dal rosso della Passione al silenzio del cuore All’ingresso nelle chiese di San Remigio e di San Martino l’atmosfera è cambiata: il rosso dei paramenti liturgici ci ha subito richiamato alla mente il sacrificio imminente, in un silenzio carico di riflessione. Il cuore della celebrazione è stata la lettura della Passio, un momento di forte intensità in cui il lungo racconto della sofferenza di Cristo è stato rivissuto a più voci. Attraverso queste parole siamo diventati partecipi del dramma del Calvario, vivendo il passaggio simbolico dalla gloria della palma al dolore della croce. Verso la Pasqua con un germoglio di Pace in ogni casa Concluse le due sante messe ognuno ha portato a casa il proprio ramoscello benedetto, un piccolo testimone di pace e protezione. Questi rami, che nelle case diventeranno memoria quotidiana della vittoria della vita sulla morte, racchiudono un significato profondo: l’ulivo come segno di riconciliazione tra Dio e l’uomo, e la palma come emblema dell’ascesa verso la gloria celeste. Questi simboli accompagneranno le famiglie per tutto l’anno fino al Mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo, quando verrano bruciati e daranno inizio a un nuovo ciclo di fede. Laboratorio di Pace: l&#8217;ulivo che porta la gioia dei bambini In preparazione alla Domenica delle Palme, venerdì 27 marzo 2026, i bambini della quinta elementare si sono ritrovati insieme alle catechiste Federica e Valeria per un momento speciale. Con impegno e cura, hanno preparato i sacchetti e i mazzetti di ulivo destinati a tutta la comunità. È stato un vero dono vedere queste &#8220;piccole grandi mani&#8221; all&#8217;opera: sapere che dietro questo segno di pace c’è il loro lavoro ci riempie il cuore di gioia.]]></description>
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									<h5><span style="color: #003300;"><strong>Sotto lo stesso cielo&#8230; l’ingresso festoso </strong></span></h5><p>La Domenica delle Palme a Cavasso e Fanna è stata una celebrazione molto partecipata che ha segnato l&#8217;apertura della Settimana Santa.</p><p>A Cavasso i fedeli si sono ritrovati nella Piazza del Pino, mentre a Fanna la comunità si è radunata presso la chiesetta di San Silvestro. Don Dario e don Alex hanno ricordato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, benedicendo i rami di ulivo nelle mani dei presenti. <strong>Sotto lo stesso cielo di festa</strong>, le due processioni si sono messe in cammino verso le chiese rievocando lungo le strade il percorso verso la Città Santa.</p><h5><span style="color: #003300;"><strong>Dal rosso della Passione al silenzio del cuore</strong></span></h5><p>All’ingresso nelle chiese di San Remigio e di San Martino l’atmosfera è cambiata: il rosso dei paramenti liturgici ci ha subito richiamato alla mente il sacrificio imminente, in un silenzio carico di riflessione. Il cuore della celebrazione è stata la <strong>lettura della <em>Passio</em></strong>, un momento di <strong>forte intensità</strong> in cui il lungo racconto della sofferenza di Cristo è stato rivissuto a più voci. Attraverso queste parole siamo diventati partecipi del dramma del Calvario, vivendo il passaggio simbolico dalla gloria della palma al dolore della croce.</p><h5><span style="color: #003300;"><strong>Verso la Pasqua con un germoglio di Pace in ogni casa</strong></span></h5><p>Concluse le due sante messe ognuno ha portato a casa il proprio ramoscello benedetto, un piccolo testimone di pace e protezione. Questi rami, che nelle case diventeranno memoria quotidiana della vittoria della vita sulla morte, racchiudono un significato profondo: l’ulivo come segno di riconciliazione tra Dio e l’uomo, e la palma come emblema dell’ascesa verso la gloria celeste. Questi simboli accompagneranno le famiglie per tutto l’anno fino al Mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo, quando verrano bruciati e daranno inizio a un nuovo ciclo di fede.</p>								</div>
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		<title>Una palma che intreccia tradizioni di Fede</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 07:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività nel territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Attività in Parrocchia]]></category>
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		<category><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando un&#8217;usanza diversa è un dono che unisce Da qualche anno, entrando nelle nostre chiese a Cavasso, Fanna e al Santuario per la Domenica delle Palme, notiamo un segno speciale e inedito per le nostre tradizioni locali. Si tratta di un dono speciale, frutto dell&#8217;impegno e della generosità di Mimmo Baccillieri, che con le sue abili mani intreccia per la nostra comunità questo antico simbolo di speranza. È un’arte che viene da lontano e che oggi arricchisce la nostra preghiera, trasformando semplici foglie di palma in veri e propri intrecci di fede. Per apprezzare appieno il valore di questo gesto, vi proponiamo di seguito una spiegazione che ne illustra le origini, i significati profondi e i simboli nascosti tra le trame delle foglie. Da Reggio Calabria a Cavasso Nuovo la tradizione delle palme intrecciate La Domenica delle Palme non è solo l&#8217;inizio della Settimana Santa, ma l&#8217;esplosione di un’arte antica che affonda le radici nella terra generosa. Accanto all&#8217;ulivo, simbolo di pace, le palme intrecciate portano la maestria delle mani dei nostri nonni. L&#8217; intreccio della palma non è solo un decoro, è un&#8217;architettura, un&#8217;arte che si tramanda di generazione in generazione, spesso custodita con gelosia dalle famiglie che ancora oggi portano avanti questa tradizione artigianale. Anticamente, a Reggio e nei paesi della provincia, l&#8217;altezza della palma portata in chiesa dai ragazzi era quasi una sfida di devozione: più era alta e lavorata, più onore portava alla famiglia. Ma il vero significato restava sempre lo stesso: umiltà e accoglienza per il Signore che entra nella nostra città. Le foglie più tenere (il &#8220;cuore&#8221; della palma, protetto dal sole perché rimanga chiaro) vengono lavorate con una tecnica che trasforma il verde in oro, il tipico colore giallo paglierino si manterrà meglio se la palma non è esposta alla luce diretta del sole o a fonti di calore eccessive. Ricordo, quando ero bambino, i venditori sui sagrati delle nostre chiese o lungo il corso, con quei fasci di palme che sembravano ricami, ne ero affascinato e chiesi ad un amico di insegnarmi ad intrecciare. Nelle nostre palme troviamo simboli che parlano direttamente al cuore dei fedeli: La &#8220;Campanella&#8221;: Per annunciare la gioia della Resurrezione che verrà. La Crocetta: Posta spesso alla sommità, per ricordarci il sacrificio di Cristo. Il &#8220;Panierino&#8221; o la &#8220;Pigna&#8221;: Simboli di abbondanza e di unità della famiglia parrocchiale. I Fiori di Palma: Piccoli boccioli creati ripiegando la foglia su se stessa, che richiamano la primavera dello spirito. Portarla a casa significa accogliere un segno di benedizione che proteggerà la famiglia per tutto l&#8217;anno. Molti reggini usano ancora l&#8217;antica usanza di scambiarne un piccolo rametto con i vicini o i parenti con cui c&#8217;è stato qualche malinteso, come vero segno di riconciliazione. Ogni anno le palme secche vengono bruciate o interrate in un vaso, non vengono mai buttate nella spazzatura. Grazie a Mimmo e Beatrice per averci fatto scoprire con generosità tradizioni cristiane diverse, capaci di unirci nella fede.]]></description>
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									<h5><strong>Da Reggio Calabria a Cavasso Nuovo la tradizione delle palme intrecciate</strong></h5><p>La Domenica delle Palme non è solo l&#8217;inizio della Settimana Santa, ma l&#8217;esplosione di un’arte antica che affonda le radici nella terra generosa. Accanto all&#8217;ulivo, simbolo di pace, le palme intrecciate portano la maestria delle mani dei nostri nonni.</p><p>L&#8217; intreccio della palma non è solo un decoro, è un&#8217;architettura, un&#8217;arte che si tramanda di generazione in generazione, spesso custodita con gelosia dalle famiglie che ancora oggi portano avanti questa tradizione artigianale.</p><p>Anticamente, a Reggio e nei paesi della provincia, l&#8217;altezza della palma portata in chiesa dai ragazzi era quasi una sfida di devozione: più era alta e lavorata, più onore portava alla famiglia. Ma il vero significato restava sempre lo stesso: umiltà e accoglienza per il Signore che entra nella nostra città.</p><p>Le foglie più tenere (il &#8220;cuore&#8221; della palma, protetto dal sole perché rimanga chiaro) vengono lavorate con una tecnica che trasforma il verde in oro, il tipico colore giallo paglierino si manterrà meglio se la palma non è esposta alla luce diretta del sole o a fonti di calore eccessive.</p><p>Ricordo, quando ero bambino, i venditori sui sagrati delle nostre chiese o lungo il corso, con quei fasci di palme che sembravano ricami, ne ero affascinato e chiesi ad un amico di insegnarmi ad intrecciare.</p><p>Nelle nostre palme troviamo simboli che parlano direttamente al cuore dei fedeli:</p><ul><li>La &#8220;Campanella&#8221;: Per annunciare la gioia della Resurrezione che verrà.</li><li>La Crocetta: Posta spesso alla sommità, per ricordarci il sacrificio di Cristo.</li><li>Il &#8220;Panierino&#8221; o la &#8220;Pigna&#8221;: Simboli di abbondanza e di unità della famiglia parrocchiale.</li><li>I Fiori di Palma<strong>:</strong> Piccoli boccioli creati ripiegando la foglia su se stessa, che richiamano la primavera dello spirito.</li></ul><p>Portarla a casa significa accogliere un segno di benedizione che proteggerà la famiglia per tutto l&#8217;anno. Molti reggini usano ancora l&#8217;antica usanza di scambiarne un piccolo rametto con i vicini o i parenti con cui c&#8217;è stato qualche malinteso, come vero segno di riconciliazione.</p><p>Ogni anno le palme secche vengono bruciate o interrate in un vaso, non vengono mai buttate nella spazzatura.</p>								</div>
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									<p><strong>Grazie a Mimmo e Beatrice per averci fatto scoprire con generosità tradizioni cristiane diverse, capaci di unirci nella fede.</strong></p>								</div>
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		<title>Agostino e il fico, i dubbi di agosto finiscono a settembre</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/agostino-e-il-fico-i-dubbi-di-agosto-finiscono-a-settembre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Sep 2025 15:10:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Catechismo]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Fichi a settembre]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine di Sant'Agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Sant'Agostino]]></category>
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					<description><![CDATA[Ulisse, Agostino e Leone XIV. Il tempo degli eroi A settembre ritorniamo a Sant&#8217;Agostino, quando fa riferimento all&#8217;albero di fico nel contesto della sua conversione: sotto un fico, si rifugiò in preda a una crisi spirituale e ascoltò la voce che gli diceva di prendere e leggere, conducendolo alla lettura di un passaggio della Bibbia che pose fine ai suoi dubbi e aprì il suo cuore alla fede. Questo episodio, descritto nelle sue Confessioni, è un momento cruciale nella sua vita, simboleggia la resa a Dio e la fine delle sue incertezze. Condividiamo un interessante e originale parallelo, che parte dai versi di Omero alle Confessioni di Sant’Agostino, passando per il pontificato di Leone XIV, descrive come il concetto di eroe attraversa i secoli assumendo forme e significati sempre nuovi. A settembre inizia un nuovo viaggio che parte dalla dolcezza dei fichi e arriva alla ricerca interiore, l’articolo esplora il legame profondo tra l’eroismo classico e la spiritualità, interrogandosi sul significato di “ritorno a casa” e sulla vera natura del destino umano. Nell&#8217;immagine qui sotto: La conversione di Sant’Agostino, Maestro di Uttenheim L’episodio del tolle et lege (da un altare a portelle con Storie di Sant’Agostino), 1455 circa, tempera e olio su tavola, Varna, Museo dell’Abbazia di Novacella. Quest&#8217;opera è una delle cose più belle e grandi ispirate alla sua vita. Si vede come è reso bene il fico, le sue foglie e i frutti&#8230; Ulisse, Agostino e Leone XIV. Il tempo degli eroi La fascia pedemontana della nostra regione è terra di fichi prelibati, piccoli, allungati, dall’aspetto delicato per via della buccia scura quasi un po’ traslucida, spesso ferita da una sottile spaccatura che fa presagire, dentro, la dolcezza del miele. Quest’anno gli alberi di fichi hanno donato generosamente frutti e ombra, e fra poco le loro foglie grandi, ruvide come la lingua dei gatti, diventeranno gialle e si seccheranno. Per terra sarà un letto croccante di foglie contorte su se stesse, come in un ultimo spasimo. Ha qualcosa di particolare, questo albero che sa crescere anche da una crepa nel cemento e in poco tempo diventare enorme adattandosi anche agli spazi più ostili. In questa sua tenacia e potenza sembra di scorgere una forza misteriosa, un’eco delle antiche virtù eroiche. “Ti ho visto sotto il fico”, si era sentito dire Natanaele, quando, trascinato dall’amico Filippo, era andato a conoscere per la prima volta Gesù, il Maestro. Si trattava del primo incontro tra i due, e Natanaele ci era arrivato scettico, quasi solo per accondiscendere all’insistenza di Filippo. Ma Gesù lo aveva stupito: gli aveva confidato di averlo già visto una volta, quando era sotto il fico. Non un fico, un generico fico fra i tanti. Ma il fico. Abbiamo quindi l’impressione che nel Vangelo quel fico abbia un significato particolare per entrambi, e che la conversazione prenda da qui in avanti una piega strettamente privata. Molte interpretazioni sono state date a questa immagine, ma nessuno come Agostino di Ippona ha saputo dare una spiegazione tanto profonda e viscerale, dedicando alla sua personale esperienza sotto al fico una delle più belle e toccanti pagine mai scritte. Racconta, infatti, di aver sentito un giorno, improvvisamente, il bisogno di isolarsi, come preso da un dolore interiore profondo, e di aver lasciato il suo amico Alipio, col quale stava seduto a chiacchierare, lì attonito e stupito, senza spiegazioni. Dice poi di essere andato a gettarsi sotto un fico poco distante e, protetto dall’ombra della chioma come a cercare nascondimento, di essersi lasciato andare a un pianto dirotto. Come non pensare all’entrata in scena di Ulisse nel poema omerico che celebra le gesta dell’eroe? La prima impresa narrata è il suo pianto. E anch’egli, apparentemente, sembra avere tutti i motivi per potersi dire appagato: un luogo meraviglioso come dimora, cibo raffinato, una dea innamorata a sua disposizione. Eppure Ulisse avverte un dolore interiore che è proprio la nostalgia di casa, di ciò a cui sente legato il suo destino. Ogni avventura eroica, in fondo, trova compimento nel ritorno a casa, perché esso è immagine di un rientro nell’anima, in se stessi. Dice infatti Agostino, rivolgendosi a Dio: “Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori”. La storia dell’uomo è inevitabilmente il realizzarsi di un destino che chiama, di una Itaca che si fa sentire come nostalgia, come sete profonda, come mancanza. E Agostino piange, come ogni uomo che ad un certo punto fa i conti con se stesso. Gli sarebbero mai bastati i piaceri offerti dal mondo, la fama, la ricchezza? Lì, sotto al fico, urlava il suo dolore buttato a terra, mangiato a morsi dal bisogno di essere saziato interiormente, riconoscendo che tutto ciò che fino ad allora aveva riempito il suo desiderio di essere felice, era stato un inganno. Tutto era servito soltanto per tenerlo fuori da se stesso. “Quando dal più segreto fondo della mia anima l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore, scoppiò una tempesta ingente, grondante un’ingente pioggia di lacrime. Per scaricarla tutta con i suoi strepiti mi alzai e mi allontanai da Alipio, parendomi la solitudine più propizia al travaglio del pianto, quanto bastava perché anche la sua presenza non potesse pesarmi. In questo stato mi trovavo allora, ed egli se ne avvide, perché, penso, mi era sfuggita qualche parola, ove risuonava ormai gravida di pianto la mia voce; e in questo stato mi alzai. Egli dunque rimase ove ci eravamo seduti, immerso nel più grande stupore. Io mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e diedi libero corso alle lacrime. Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio gradevole per te, e ti parlai a lungo, se non in questi termini, in questo senso: “E tu, Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità “. Sentendomene ancora trattenuto, lanciavo grida disperate: “Per quanto tempo, per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della]]></description>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Ulisse, Agostino e Leone XIV. Il tempo degli eroi</h2>				</div>
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									<p>A settembre ritorniamo a Sant&#8217;Agostino, quando fa riferimento all&#8217;albero di fico nel contesto della sua conversione: <em>sotto un fico, si rifugiò in preda a una crisi spirituale e ascoltò la voce che gli diceva di prendere e leggere, conducendolo alla lettura di un passaggio della Bibbia che pose fine ai suoi dubbi e aprì il suo cuore alla fede</em>. Questo episodio, descritto nelle sue Confessioni, è un momento cruciale nella sua vita, simboleggia la resa a Dio e la fine delle sue incertezze.</p>								</div>
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									<p>Condividiamo un interessante e originale parallelo, che parte dai versi di Omero alle Confessioni di Sant’Agostino, passando per il pontificato di Leone XIV, descrive come il concetto di eroe attraversa i secoli assumendo forme e significati sempre nuovi. A settembre inizia un nuovo viaggio che parte dalla dolcezza dei fichi e arriva alla ricerca interiore, l’articolo esplora il legame profondo tra l’eroismo classico e la spiritualità, interrogandosi sul significato di “ritorno a casa” e sulla vera natura del destino umano.</p>								</div>
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									<p>Nell&#8217;immagine qui sotto:</p><p><strong>La conversione di Sant’Agostino, Maestro di Uttenheim</strong></p><p>L’episodio del <em>tolle et lege</em> (da un altare a portelle con Storie di Sant’Agostino), 1455 circa, tempera e olio su tavola, Varna, Museo dell’Abbazia di Novacella.</p><p>Quest&#8217;opera è una delle cose più belle e grandi ispirate alla sua vita. Si vede come è reso bene il fico, le sue foglie e i frutti&#8230; </p>								</div>
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									<p><strong>Ulisse, Agostino e Leone XIV. Il tempo degli eroi</strong></p><p>La fascia pedemontana della nostra regione è terra di fichi prelibati, piccoli, allungati, dall’aspetto delicato per via della buccia scura quasi un po’ traslucida, spesso ferita da una sottile spaccatura che fa presagire, dentro, la dolcezza del miele.</p><p>Quest’anno gli alberi di fichi hanno donato generosamente frutti e ombra, e fra poco le loro foglie grandi, ruvide come la lingua dei gatti, diventeranno gialle e si seccheranno. Per terra sarà un letto croccante di foglie contorte su se stesse, come in un ultimo spasimo.</p><p>Ha qualcosa di particolare, questo albero che sa crescere anche da una crepa nel cemento e in poco tempo diventare enorme adattandosi anche agli spazi più ostili. In questa sua tenacia e potenza sembra di scorgere una forza misteriosa, un’eco delle antiche virtù eroiche.</p><p>“Ti ho visto sotto il fico”, si era sentito dire Natanaele, quando, trascinato dall’amico Filippo, era andato a conoscere per la prima volta Gesù, il Maestro. Si trattava del primo incontro tra i due, e Natanaele ci era arrivato scettico, quasi solo per accondiscendere all’insistenza di Filippo. Ma Gesù lo aveva stupito: gli aveva confidato di averlo già visto una volta, quando era sotto il fico. Non un fico, un generico fico fra i tanti. Ma il fico.</p><p>Abbiamo quindi l’impressione che nel Vangelo quel fico abbia un significato particolare per entrambi, e che la conversazione prenda da qui in avanti una piega strettamente privata. Molte interpretazioni sono state date a questa immagine, ma nessuno come Agostino di Ippona ha saputo dare una spiegazione tanto profonda e viscerale, dedicando alla sua personale esperienza sotto al fico una delle più belle e toccanti pagine mai scritte.</p><p>Racconta, infatti, di aver sentito un giorno, improvvisamente, il bisogno di isolarsi, come preso da un dolore interiore profondo, e di aver lasciato il suo amico Alipio, col quale stava seduto a chiacchierare, lì attonito e stupito, senza spiegazioni. Dice poi di essere andato a gettarsi sotto un fico poco distante e, protetto dall’ombra della chioma come a cercare nascondimento, di essersi lasciato andare a un pianto dirotto.</p><p>Come non pensare all’entrata in scena di Ulisse nel poema omerico che celebra le gesta dell’eroe? La prima impresa narrata è il suo pianto. E anch’egli, apparentemente, sembra avere tutti i motivi per potersi dire appagato: un luogo meraviglioso come dimora, cibo raffinato, una dea innamorata a sua disposizione. Eppure Ulisse avverte un dolore interiore che è proprio la nostalgia di casa, di ciò a cui sente legato il suo destino. Ogni avventura eroica, in fondo, trova compimento nel ritorno a casa, perché esso è immagine di un rientro nell’anima, in se stessi. Dice infatti Agostino, rivolgendosi a Dio: “<em>Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori</em><em>”.</em></p><p>La storia dell’uomo è inevitabilmente il realizzarsi di un destino che chiama, di una Itaca che si fa sentire come nostalgia, come sete profonda, come mancanza. E Agostino piange, come ogni uomo che ad un certo punto fa i conti con se stesso. Gli sarebbero mai bastati i piaceri offerti dal mondo, la fama, la ricchezza?</p><p>Lì, sotto al fico, urlava il suo dolore buttato a terra, mangiato a morsi dal bisogno di essere saziato interiormente, riconoscendo che tutto ciò che fino ad allora aveva riempito il suo desiderio di essere felice, era stato un inganno. Tutto era servito soltanto per tenerlo fuori da se stesso.</p>								</div>
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									<p><em>“Quando dal più segreto fondo della mia anima l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore, scoppiò una tempesta ingente, grondante un’ingente pioggia di lacrime. Per scaricarla tutta con i suoi strepiti mi alzai e mi allontanai da Alipio, parendomi la solitudine più propizia al travaglio del pianto, quanto bastava perché anche la sua presenza non potesse pesarmi. In questo stato mi trovavo allora, ed egli se ne avvide, perché, penso, mi era sfuggita qualche parola, ove risuonava ormai gravida di pianto la mia voce; e in questo stato mi alzai. Egli dunque rimase ove ci eravamo seduti, immerso nel più grande stupore. Io mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e diedi libero corso alle lacrime. Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio gradevole per te, e ti parlai a lungo, se non in questi termini, in questo senso: “E tu, Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità “. Sentendomene ancora trattenuto, lanciavo grida disperate: “Per quanto tempo, per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?”. Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono.”</em></p><p>(Agostino, <em>Le Confessioni</em>, VIII, 12.28-29)</p>								</div>
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									<p>“Ti ho visto sotto il fico”, dice Gesù. Sant’Agostino, come Natanaele, ne ha fatto esperienza. Sotto il fico della vergogna, della consapevolezza della propria miseria, sotto al fico della nostalgia di un bene grande, sotto al fico della solitudine e del bisogno di essere amati, Gesù lo ha visto. E la risposta è stata così concreta da poter essere udita addirittura con le orecchie: “Prendi e leggi”.</p><p>Agostino si alza, corre, prende il libro, e legge… mai con tanta avidità ha guardato un libro, mai delle parole scritte gli si sono incarnate dentro come quelle che gli scorrono adesso sotto gli occhi, e non vuole altro, è improvvisamente sazio, totalmente appagato nell’apprendere che non nei piaceri del mondo sta la dolcezza tanto desiderata, ma solo in Cristo Gesù.</p><p>Abbiamo la sensazione che se glielo avessero detto, non ci avrebbe creduto. Non così, almeno. Ma Gesù stesso lo ha sedotto sotto al fico.</p><p>“Ti ho visto sotto il fico” &#8211; dice Gesù ad ognuno di noi &#8211; “Ti ho visto mentre eri triste. Ti ho visto quando hai pianto. Ti ho visto quando hai provato quella profonda delusione. Ti ho visto, lì solo e senza risposte. Io sono la risposta”. Ce lo spiega lo stesso Agostino, commentando il passo del Vangelo nell’omelia 7: <em><strong>“</strong></em><em><strong>L</strong></em><em><strong>e foglie di fico rappresentano dunque i peccati. Ora, Natanaele si trovava sotto l&#8217;albero di fico, come all&#8217;ombra della morte. Lo vide il Signore … […]  Ma la sua misericordia ti vide prima che tu lo conoscessi, quando ancora giacevi sotto il peso del peccato. Forse che noi per primi abbiamo cercato Cristo, o non è stato lui invece il primo a cercarci?</strong></em><em><strong>”.</strong></em></p><p>E un uomo che fa questa esperienza di incredibile corrispondenza, che si sente avvolto dall’amore di Dio nell’istante stesso in cui grida il suo bisogno, che prova proprio in senso letterale cosa significa essere visti sotto al fico, non può non affinare una sensibilità particolarissima per la logica di Dio, anche dentro ai dettagli che sfuggono ai più, anche dentro alle parole. Il maestro di retorica e grammatica infatti si accorge che la domanda cruciale di Pilato a Gesù, “Cos’è la verità?”, ha già in sé, nel suo domandare, la risposta di Dio, di un Dio innamorato che non riesce a trattenersi di fronte ad un uomo che lo cerca. Capisce che la domanda di Pilato “<em>Quid est Veritas?” ha già in sé il movimento di Dio verso di lui, perché cambiando semplicemente l’ordine delle lettere appare chiara la risposta: “Est vir qui adest!, ovvero “È l’uomo che ti sta di fronte!”.  </em></p><p> </p><p><em>“Io sono un figlio di Sant’Agostino”, ha detto papa Leone XIV presentandosi al mondo. La Chiesa ha ora il dono grandissimo di un pastore che eredita tutta l’esperienza di questo grande santo. E’ bello quando incontriamo il figlio di qualche caro amico e speriamo di intravedere, nei suoi, i lineamenti del genitore, o di scoprirne qualche lato del carattere. L’eredità di Agostino è ovviamente immensa, ma essere figli suoi significa anche proporre all’umanità un modo nuovo di stare al mondo. E’ un modo che nobilita l’uomo come mai prima d’ora, lasciando intravedere che proprio a causa delle sue ferite Dio si strugge d’amore nei suoi confronti. È come se fosse arrivato il tempo, per questo mondo ferito, di intraprendere il viaggio di ritorno verso Itaca. È come se fosse arrivato il tempo degli eroi, che iniziano piangendo, e per questo poi arrivano a casa. E’ come se fosse arrivato il tempo di ricordare al mondo che l’amarezza sconfinata del nostro cuore affranto, per usare proprio le parole di Agostino, può essere contenuta nelle braccia di qualcuno!</em></p><p><em>Leone XIV con il suo annuncio ci ha spalancato una finestra su un orizzonte che forse avevamo dimenticato. Avevamo dimenticato di avere a che fare con un Dio che sembra aspettarci sotto un albero con l’impazienza di un innamorato in procinto di incidere le nostre iniziali sulla corteccia. Avevamo dimenticato di essere così preziosi. Avevamo dimenticato di essere belli e attraenti anche a pezzi o vestiti di stracci.</em></p><p><em>Leone ci ha commossi confidandoci di essere un figlio di Sant’Agostino, ci ha riportato alla presenza di un Dio innamorato di cui forse avevamo perso la percezione. E le parole di Gesù a Natanaele,  “Ti ho visto sotto il fico”, sembrano davvero l’incipit di una storia d’amore, quando qualcuno, con timidezza, si dichiara la prima volta.  </em></p><p><em>Abbiamo un immenso bisogno di cuori infuocati, nella Chiesa e nel mondo intero, di nuovi incendi di amore agostiniano, ovvero senza misura, dove le frecce appuntite attraversano da parte a parte il miocardio, come suggerisce l’emblema dell’ordine agostiniano sullo stemma papale: “Hai ferito il mio cuore con il tuo amore”. In un’epoca complessa come la nostra, caratterizzata da scenari aberranti che forse la Storia non ha mai visto prima, dove la realtà si mescola al virtuale, dove l’intelligenza artificiale si impone sulle relazioni, Leone ci riporta con semplicità all’essenziale. Ci conduce, come figlio di Sant’Agostino, ad un albero che è metafora di un punto di inizio dove l’uomo china la testa, e dove, come Ulisse ci ha insegnato, inizia la storia di un ritorno a casa, di un viaggio che è il vero motivo per cui spendere la vita. “Ti ho visto sotto al fico”, parole sussurrate che già ci sembra di udire nelle nostre orecchie.</em></p>								</div>
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		<title>Frate Leone&#8230; i luoghi e le persone nel cuore</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/frate-leone-il-cammino-i-luoghi-dellanima-le-persone-del-cuore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 20:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività in Parrocchia]]></category>
		<category><![CDATA[Attività nel territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa San Martino]]></category>
		<category><![CDATA[Fanna]]></category>
		<category><![CDATA[Fanna Pordenone]]></category>
		<category><![CDATA[Frate Leone]]></category>
		<category><![CDATA[Frati Francescani]]></category>
		<category><![CDATA[San Martino]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario Madonna di Strada]]></category>
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					<description><![CDATA[Un saluto da Frate Leone, 22 agosto 2025 La mia storia scritta sui volti e nei luoghi che ho amato Un intreccio di relazioni e ricordiSe ripenso ai miei 81 anni di vita, mi accorgo che il mio percorso è segnato dall’incontro con un piccolo numero di persone e luoghi che, nel tempo, sono diventati i pilastri della mia esistenza.Sono ambiti in cui abbiamo vissuto, sofferto e gioito insieme, condividendo un pezzo di strada. Ricordo con affetto la figura dei parroci, che un tempo rappresentavano un punto di riferimento definito e ben radicato nella comunità, dove si formava un forte senso di famiglia, fatto di legami indissolubili. Ho sempre cercato di tornare in punta di piedi nei luoghi dove ho vissuto, non per giudicare o per fare paragoni, ma per osservare con gioia e rispetto l&#8217;evoluzione delle persone e delle situazioni.Rivedere quei volti, specialmente nella casa di riposo, mi riempie il cuore. Sono brevi visite, ma mi permettono di riallacciare un filo di quelle relazioni più calde, un tempo così intense. Fanna, un luogo che sento mio Torno spesso a Fanna, un luogo che sento mio. Ci vado perché, dopo tanti anni, quel posto continua a darmi pace. Sotto il monte Raut, tra colline e tanto verde, trovo una solitudine che rigenera lo spirito. È una geografia unica nel Friuli, e la lingua che ho imparato a conoscere mi ha aiutato a capire l’anima più profonda di questa terra.Rivedere i volti e ripercorrere le storie mi regala gioia e ristoro. Osservo con discrezione e felicità le virtù e le bellezze che altri hanno saputo costruire. Le mie non sono apparizioni, ma ritorni necessari: sento che il tempo stringe e voglio rivedere i luoghi, come Fanna, che hanno segnato il mio cammino.Quella sensibilità per la sofferenza umana e il bisogno infinito di stare in relazione con gli altri, come compagni di viaggio, mi ha sempre contraddistinto, fin dal mio primo ministero. E ogni volta che torno, c&#8217;è un&#8217;altra tappa irrinunciabile: la visita a Madonna di Strada, che è stata parte importante del mio percorso spirituale. Frate Leone Nelle foto Frate Leone tra noi, concelebrante della Santa Messa a San Silvestro assieme ai nostri parroci il 22 agosto 2025. La presenza dei frati Francescani a Fanna (1998-2012) Dal 1998 al 2012, i frati hanno svolto un ruolo centrale a Fanna. Inizialmente in cinque, assunsero la guida della parrocchia di San Martino e del Santuario di Madonna di Strada. Questa comunità non si limitava solo al servizio parrocchiale; fungeva anche da centro vocazionale e di accoglienza. La loro presenza si ridusse nel tempo, e alla fine del 2012, anno della loro partenza, la comunità era composta da quattro religiosi. Semplicità e servizio: il segno indelebile dei Frati Francescani nel cuore di Fanna A distanza di anni, il ricordo dei frati francescani che hanno animato la nostra parrocchia di Fanna dal 1998 al 2012 è ancora vivo e suscita un affetto sincero in molti di noi. La loro presenza è stata, ai tempi, una vera ventata di freschezza, dimostrandoci che la Chiesa può essere anche giovane, dinamica, e non solo un luogo per le generazioni più anziane. Con la loro gioia e la loro energia, hanno coinvolto tante persone, rendendo le celebrazioni non solo più intense e curate, ma momenti di vera e sentita comunione. La loro testimonianza andava oltre la liturgia. La Canonica si trasformò in un autentico punto di incontro: un luogo aperto dove si poteva parlare, ridere e mangiare insieme, dove la porta era sempre aperta per accogliere chiunque. Non era solo un edificio, ma il cuore pulsante della comunità. Ogni frate ha lasciato un segno, dimostrando con i fatti che la semplicità e il servizio sono la via per arrivare al cuore delle persone. Sono stati anni preziosi che conserviamo gelosamente. Un grazie grande per la fede e la gioia che ci hanno donato! Ringraziamo Elena Piccoli per le foto]]></description>
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									<p><strong>Un intreccio di relazioni e ricordi</strong><br />Se ripenso ai miei 81 anni di vita, mi accorgo che il mio percorso è segnato dall’incontro con un piccolo numero di persone e luoghi che, nel tempo, sono diventati i pilastri della mia esistenza.<br />Sono ambiti in cui abbiamo vissuto, sofferto e gioito insieme, condividendo un pezzo di strada. Ricordo con affetto la figura dei parroci, che un tempo rappresentavano un punto di riferimento definito e ben radicato nella comunità, dove si formava un forte senso di famiglia, fatto di legami indissolubili. Ho sempre cercato di tornare in punta di piedi nei luoghi dove ho vissuto, non per giudicare o per fare paragoni, ma per osservare con gioia e rispetto l&#8217;evoluzione delle persone e delle situazioni.<br />Rivedere quei volti, specialmente nella casa di riposo, mi riempie il cuore. Sono brevi visite, ma mi permettono di riallacciare un filo di quelle relazioni più calde, un tempo così intense.</p><p><strong>Fanna, un luogo che sento mio </strong><br />Torno spesso a Fanna, un luogo che sento mio. Ci vado perché, dopo tanti anni, quel posto continua a darmi pace. Sotto il monte Raut, tra colline e tanto verde, trovo una solitudine che rigenera lo spirito. È una geografia unica nel Friuli, e la lingua che ho imparato a conoscere mi ha aiutato a capire l’anima più profonda di questa terra.<br />Rivedere i volti e ripercorrere le storie mi regala gioia e ristoro. Osservo con discrezione e felicità le virtù e le bellezze che altri hanno saputo costruire. Le mie non sono apparizioni, ma ritorni necessari: sento che il tempo stringe e voglio rivedere i luoghi, come Fanna, che hanno segnato il mio cammino.<br />Quella sensibilità per la sofferenza umana e il bisogno infinito di stare in relazione con gli altri, come compagni di viaggio, mi ha sempre contraddistinto, fin dal mio primo ministero. E ogni volta che torno, c&#8217;è un&#8217;altra tappa irrinunciabile: la visita a Madonna di Strada, che è stata parte importante del mio percorso spirituale.</p>								</div>
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					<p class="elementor-heading-title elementor-size-default">Nelle foto Frate Leone tra noi, concelebrante della Santa Messa a San Silvestro assieme ai nostri parroci il 22 agosto 2025.</p>				</div>
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									<h4><strong>La presenza dei frati Francescani a Fanna (1998-2012)</strong></h4><p><strong>Dal 1998 al 2012, i frati hanno svolto un ruolo centrale a Fanna. Inizialmente in cinque, assunsero la guida della parrocchia di San Martino e del Santuario di Madonna di Strada.</strong></p><p><strong>Questa comunità non si limitava solo al servizio parrocchiale; fungeva anche da centro vocazionale e di accoglienza. La loro presenza si ridusse nel tempo, e alla fine del 2012, anno della loro partenza, la comunità era composta da quattro religiosi.</strong></p>								</div>
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					<h4 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Semplicità e servizio: il segno indelebile dei Frati Francescani nel cuore di Fanna</h4>				</div>
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									<p>A distanza di anni, il ricordo dei frati francescani che hanno animato la nostra parrocchia di Fanna dal 1998 al 2012 è ancora vivo e suscita un affetto sincero in molti di noi.</p><p>La loro presenza è stata, ai tempi, una vera ventata di freschezza, dimostrandoci che la Chiesa può essere anche giovane, dinamica, e non solo un luogo per le generazioni più anziane. Con la loro gioia e la loro energia, hanno coinvolto tante persone, rendendo le celebrazioni non solo più intense e curate, ma momenti di vera e sentita comunione.</p><p>La loro testimonianza andava oltre la liturgia. La Canonica si trasformò in un autentico punto di incontro: un luogo aperto dove si poteva parlare, ridere e mangiare insieme, dove la porta era sempre aperta per accogliere chiunque. Non era solo un edificio, ma il cuore pulsante della comunità.</p><p>Ogni frate ha lasciato un segno, dimostrando con i fatti che la semplicità e il servizio sono la via per arrivare al cuore delle persone.</p><p>Sono stati anni preziosi che conserviamo gelosamente. <strong>Un grazie grande per la fede e la gioia che ci hanno donato!</strong></p>								</div>
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									<p style="text-align: right;"><em>Ringraziamo Elena Piccoli per le foto</em></p>								</div>
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		<title>«Voi stessi date loro da mangiare»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jun 2025 20:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività in Parrocchia]]></category>
		<category><![CDATA[Catechismo]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione cristiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Santuario Madonna di Strada]]></category>
		<category><![CDATA[Solennità del Corpus Domini]]></category>
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					<description><![CDATA[Corpus Domini Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 22 giugno 2025 Per Gesù, vita spirituale e vita materiale non si separano, anzi si integrano e la responsabilità di questa integrazione appartiene ad ogni fratello e sorella che ha incontrato Gesù di Nazareth nell’itinerario della propria esistenza. Uno di questi tanti fratelli che ha trovato il nazzareno si chiama Helder Camara. Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo.Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva mons. Hélder Câmara, e proprio per questa sua frase è stato definito il “Vescovo rosso”. Câmara è stato uno dei vescovi latinoamericani più amati, grazie alla sua passione per una Chiesa povera e dei poveri, alla sua attenzione per le persone e alla sua fede incarnata. Il ritratto di un pastore che può essere certamente considerato un precursore di Papa Francesco. Richiamava mons. Hélder Câmara: ‘Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – prendi il largo! Parti!’. Nato nel 1909 e morto il 27 agosto 1999, Câmara ha speso la sua vita per aiutare in modo concreto le persone bisognose, dando il massimo impegno per rendere la Chiesa più fedele a quella di Gesù: “Una Chiesa povera per i poveri”, diceva lui, anticipando di qualche anno il messaggio che divulgava quotidianamente Bergoglio. Nel 1964 – anno del golpe che instaura il regime militare in Brasile – Câmara viene nominato arcivescovo di Recife, capitale del Pernambuco, nel Nord-Est, la regione più povera del Paese. Il giorno dell’ingresso ufficiale, il nuovo arcivescovo non vuole essere accolto dentro la cattedrale, ma sulla piazza, in mezzo alla gente. Negli anni successivi l’impegno di mons. Hélder a servizio dei più deboli continuerà senza sosta, con prese di posizione coraggiose che lo renderanno famoso in tutto il mondo. Una frase riassume efficacemente il senso profondamente evangelico delle sue battaglie: “La rivoluzione sociale di cui il mondo ha bisogno non è un colpo di Stato, non è una guerra. È una trasformazione profonda e radicale che suppone Grazia divina”. Un altro tratto che avvicina Câmara a Papa Francesco è lo stile di sobrietà e la distanza da quella mondanità che molte volte Bergoglio ha indicato come uno dei mali della Chiesa attuale. Certo, assumere questo atteggiamento, soprattutto a favore e per i poveri, può creare dei fastidi a chi, invece, vorrebbe mantenere lo status quo. Ce ne chi vuole un’attenzione al povero ma solo e semplicemente in chiave assistenziale non mettendo in discussione il sistema globale che crea ingiustizie. Per Câmara il cristiano “non è un uomo migliore degli altri, ma ha più responsabilità degli altri, perché aver incontrato il Cristo è la massima responsabilità”. Una responsabilità che deve portare, come scrive in una sua bella poesia, “Oltre te stesso. Sei vestito di te da ogni parte. Per liberarti da te stesso, lancia un ponte sopra l’abisso della solitudine che il tuo egoismo ha scavato. Cerca di vedere oltre te stesso. Tenta di ascoltare qualcuno e, soprattutto, tenta lo sforzo di amare, invece, semplicemente di amarti… se vuoi essere, allora – perdonami – prima di tutto devi sbarazzarti della gran voglia di possedere che talmente ti riempie dalla testa ai piedi da non lasciare più posto per te e tanto meno per Dio”. don Alex domenica 22 Giugno 2025SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO &#8211; SOLENNITÀ  NOTE BIBLIOGRAFICHE Fonte: Dire-Agenzia di stampa nazionale Papa Francesco ricorda mons. Câmara, il ‘vescovo rosso’ROMA &#8211; &#8220;Quando io do Pubblicato:16-05-2016 18:37Ultimo aggiornamento:16-12-2020 22:44Autore: Michele Bollino #pane, #HélderCâmara, #PapaFrancesco, #moltiplicazionePaniPesci, ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="16803" class="elementor elementor-16803" data-elementor-post-type="post">
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									<p>Gesù disse loro: <em><strong>«Voi stessi date loro da mangiare»</strong></em>.</p><p>Ma essi risposero: <em>«Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».</em> C’erano infatti circa cinquemila uomini.</p>								</div>
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									<p><strong>Uno di questi tanti fratelli che ha trovato il nazzareno si chiama Helder Camara.</strong></p><p><em><strong>Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo.</strong><br />Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”</em> diceva mons. Hélder Câmara, e proprio per questa sua frase è stato definito il “Vescovo rosso”. Câmara è stato uno dei vescovi latinoamericani più amati, grazie alla sua passione per una Chiesa povera e dei poveri, alla sua attenzione per le persone e alla sua fede incarnata.</p>								</div>
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									<p><strong>Il ritratto di un pastore che può essere certamente considerato un precursore di Papa Francesco. Richiamava mons. Hélder Câmara: <em>‘Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – prendi il largo! Parti!’.</em></strong></p><p>Nato nel 1909 e morto il 27 agosto 1999, Câmara ha speso la sua vita per aiutare in modo concreto le persone bisognose, dando il massimo impegno per rendere la Chiesa più fedele a quella di Gesù: <em>“Una Chiesa povera per i poveri”,</em> diceva lui, anticipando di qualche anno il messaggio che divulgava quotidianamente Bergoglio. Nel 1964 – anno del golpe che instaura il regime militare in Brasile – Câmara viene nominato arcivescovo di Recife, capitale del Pernambuco, nel Nord-Est, la regione più povera del Paese. Il giorno dell’ingresso ufficiale, il nuovo arcivescovo non vuole essere accolto dentro la cattedrale, ma sulla piazza, in mezzo alla gente.</p><p>Negli anni successivi l’impegno di mons. Hélder a servizio dei più deboli continuerà senza sosta, con prese di posizione coraggiose che lo renderanno famoso in tutto il mondo. Una frase riassume efficacemente il senso profondamente evangelico delle sue battaglie: <em>“La rivoluzione sociale di cui il mondo ha bisogno non è un colpo di Stato, non è una guerra. È una trasformazione profonda e radicale che suppone Grazia divina”</em>.</p>								</div>
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									<p>Un altro tratto che avvicina Câmara a Papa Francesco è lo stile di sobrietà e la distanza da quella mondanità che molte volte Bergoglio ha indicato come uno dei mali della Chiesa attuale. Certo, assumere questo atteggiamento, soprattutto a favore e per i poveri, può creare dei fastidi a chi, invece, vorrebbe mantenere lo status quo. Ce ne chi vuole un’attenzione al povero ma solo e semplicemente in chiave assistenziale non mettendo in discussione il sistema globale che crea ingiustizie. Per Câmara il cristiano <em>“non è un uomo migliore degli altri, ma ha più responsabilità degli altri, perché aver incontrato il Cristo è la massima responsabilità”.</em></p><p>Una responsabilità che deve portare, come scrive in una sua bella poesia, <em>“Oltre te stesso. Sei vestito di te da ogni parte. Per liberarti da te stesso, lancia un ponte sopra l’abisso della solitudine che il tuo egoismo ha scavato. Cerca di vedere oltre te stesso. Tenta di ascoltare qualcuno e, soprattutto, tenta lo sforzo di amare, invece, semplicemente di amarti… se vuoi essere, allora – perdonami – prima di tutto devi sbarazzarti della gran voglia di possedere che talmente ti riempie dalla testa ai piedi da non lasciare più posto per te e tanto meno per Dio”.</em></p>								</div>
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									<p style="text-align: left;">don Alex</p>								</div>
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									<p style="text-align: left;">domenica 22 Giugno 2025<br /><strong>SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO &#8211; SOLENNITÀ </strong></p>								</div>
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									<p>NOTE BIBLIOGRAFICHE</p>								</div>
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									<p><strong>Fonte: Dire-Agenzia di stampa nazionale</strong></p><p>Papa Francesco ricorda mons. Câmara, il ‘vescovo rosso’<br />ROMA &#8211; &#8220;Quando io do</p><p>Pubblicato:16-05-2016 18:37<br />Ultimo aggiornamento:16-12-2020 22:44<br />Autore: Michele Bollino</p>								</div>
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									<p>#pane, #HélderCâmara, #PapaFrancesco, #moltiplicazionePaniPesci, </p>								</div>
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		<title>S. Antonio a Orgnese: capitello benedetto, legame che dura</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/s-antonio-a-orgnese-capitello-benedetto-legame-che-dura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2025 18:02:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività in Parrocchia]]></category>
		<category><![CDATA[Attività nel territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
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		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[Benedizione del capitello di Sant&#8217;Antonio a Orgnese Nella nostra piccola comunità, sono proprio i piccoli gesti a contare davvero e ad assumere un significato profondo: un semplice campanile, un piccolo capitello come il nostro, o anche solo un angolo della nostra campagna che custodisce tanti ricordi, magari legati alle fatiche e alla vita contadina di un tempo&#8230; questi luoghi apparentemente umili hanno in realtà un valore immenso per tutti noi. Sono come dei punti fermi che ci legano al passato e alle nostre radici. Una cosa che ci colpisce sempre è che ci sono tante persone, che magari non vanno spesso in chiesa, non praticano nel modo tradizionale, eppure hanno una fede sincera, a modo loro. È una fede che si manifesta nella vita di tutti i giorni. Per questo, vedere un capitello di campagna mantenuto con cura e in ordine è un segno bellissimo! Ci fa capire subito che dietro c&#8217;è il cuore di tante persone che ci tengono davvero, che dedicano il loro tempo prezioso e gratuito a qualcosa che sentono importante. È un gesto di cura che parla da sé. Alcune immagini della Benedizione di sabato 14 giugno, alle ore 11; a seguire un momento conviviale presso il Circolo Ricreativo Orgnese. La comunità di Orgnese]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="16844" class="elementor elementor-16844" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Benedizione del capitello di Sant'Antonio a Orgnese</h2>				</div>
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									<p><strong>Nella nostra piccola comunità, sono proprio i piccoli gesti a contare davvero e ad assumere un significato profondo: un semplice campanile, un piccolo capitello come il nostro, o anche solo un angolo della nostra campagna che custodisce tanti ricordi, magari legati alle fatiche e alla vita contadina di un tempo&#8230; questi luoghi apparentemente umili hanno in realtà un valore immenso per tutti noi. Sono come dei punti fermi che ci legano al passato e alle nostre radici.</strong></p>								</div>
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									<p>Una cosa che ci colpisce sempre è che ci sono tante persone, che magari non vanno spesso in chiesa, non praticano nel modo tradizionale, eppure hanno una fede sincera, a modo loro. È una fede che si manifesta nella vita di tutti i giorni.</p><p>Per questo, vedere un capitello di campagna mantenuto con cura e in ordine è un segno bellissimo! Ci fa capire subito che dietro c&#8217;è il cuore di tante persone che ci tengono davvero, che dedicano il loro tempo prezioso e gratuito a qualcosa che sentono importante. È un gesto di cura che parla da sé.</p>								</div>
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		<title>Il giorno in cui la Preghiera diventa Vita</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/ordinazione-don-riccardo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Mior]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jun 2025 20:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Cattedrale di Concordia Sagittaria]]></category>
		<category><![CDATA[don Riccardo Mior]]></category>
		<category><![CDATA[ordinazione]]></category>
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					<description><![CDATA[7 giugno 2025, ordinazione di don Riccardo Mior L&#8217;abbraccio che mi ha scelto&#8230; &#8230; Scelto per amare: il mistero che mi precede Ci sono momenti nella vita che non sono facili da descrivere. Ci sono giorni che sono diversi da tutti gli altri giorni. Giorni che per quanto a lungo e con attenzione siano attesi e preparati senti che in fondo restano indescrivibili, perché sono giorni di passaggio, giorni che ti cambiano la vita. Personalmente il 7 giugno 2025 è stato uno di questi giorni, perché è il giorno in cui sono diventato prete. Il cammino di formazione per i preti della nostra diocesi dura circa sette anni: un tempo lungo, fatto di tante esperienze, incontri, soste e ripartenze. Un cammino che mi ha permesso di scendere in profondità in me stesso e di uscire incontro agli altri e, in entrambi questi movimenti, conoscere qualcosa di più di Gesù e della sua Chiesa fino a decidere che quello che di più bello potevo fare della mia vita era metterla al servizio del Signore e dei fratelli. Un cammino che mi ha portato, un po’ inaspettatamente, anche a incontrare voi, comunità cristiane di Fanna e Cavasso Nuovo. È stato bello vedervi presenti a Concordia, in quella calda giornata di giugno, perché vi ho sentiti vicini in quello che per me e per il mio confratello e compagno di strada don Marco Puiatti costituiva il coronamento del percorso di formazione. Di tutti i sette sacramenti forse quello dell’Ordine Sacro è tra quelli che si vedono più raramente, eppure credo che questa celebrazione sia particolarmente bella, perché trasmette un senso forte di Chiesa: c’è il vescovo, e attorno a lui i preti e i diaconi, c’è tanta gente da diverse comunità, ci sono i canti, ci sono gesti e parole dal significato profondo. Gesti che parlano di una scelta di vita, fatta di impegno personale ma anche di consegna nelle mani di Dio, come l’emissione delle promesse e la prostrazione a terra degli ordinandi mentre tutta l’assemblea invoca su loro la protezione e l’aiuto dei santi. Gesti che parlano anche della trasmissione di un “ministero” (cioè di un compito, di un servizio) che passa di pastore in pastore fin dalle origini della Chiesa, a partire dagli apostoli e da Gesù stesso: l’imposizione delle mani &#8211; prima del solo vescovo, poi di tutti i preti presenti &#8211; sul capo degli ordinandi, la grande preghiera di ordinazione (che ripercorre tutti i grandi passaggi della storia del Popolo di Dio, da Mosè, al Tempio fino a Gesù e agli apostoli), fino alla consegna del calice e della patena, l’unzione delle mani con il crisma profumato, la vestizione con gli abiti sacerdotali e l’abbraccio di pace con il vescovo e con tutti gli altri preti. La sensazione forte e bella che ho vissuto è stata quella di essere inserito in una storia che mi precede e che mi supera, una storia in cui non sono io in primo luogo a fare delle cose, ma in cui scelgo di “lasciarmi fare”, modellare, ispirare dalla Parola e dal sacramento che ho ricevuto. Una parola forte, come quella di Gesù che nell’Ultima Cena dice ai suoi discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portate frutto e il vostro frutto rimanga [&#8230;]. Questo vi comando, che vi amiate gli uni gli altri». In questo passo, che don Marco e io abbiamo scelto fosse proclamato in questo giorno, Gesù rende manifesto il suo amore per i suoi e chiede loro di ricambiarlo, come possono, rimanendo nel suo amore e amandosi gli uni gli altri come lui li ha amati per primo. È sia una dichiarazione di affetto che la consegna di un compito, di un servizio, di una missione: quella di abitare il mondo con lo stile dell’amore reciproco, sull’esempio di Cristo stesso. Questa è la missione di ogni battezzato e della Chiesa tutta, ma la sento particolarmente rivolta a noi preti, chiamati a ripetere le parole e i gesti di Gesù per le nostre comunità. A questo proposito mi risuona nel cuore l’invito che il vescovo, secondo il rito, ripete a ciascuno dei preti appena ordinati mettendo nelle loro mani il calice e la patena con cui celebreranno l’eucarestia: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero di Cristo Signore». Don Riccardo Mior]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="18043" class="elementor elementor-18043" data-elementor-post-type="post">
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									<p><strong>Ci sono momenti nella vita che non sono facili da descrivere.</strong></p><p><strong>Ci sono giorni che sono diversi da tutti gli altri giorni.</strong></p><p><strong>Giorni che per quanto a lungo e con attenzione siano attesi e preparati senti che in fondo restano indescrivibili, perché sono giorni di passaggio, giorni che ti cambiano la vita.</strong></p><p>Personalmente il 7 giugno 2025 è stato uno di questi giorni, perché è il giorno in cui sono diventato prete.</p>								</div>
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		<title>Street Boys&#8217; Project · Associazione WORK</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/associazione-w-o-r-k-street-boys-project/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2025 18:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Solidarietà Volontariato]]></category>
		<category><![CDATA[carità]]></category>
		<category><![CDATA[Kenya]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<category><![CDATA[Street Boys’ Project]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
		<category><![CDATA[WORKassociation]]></category>
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					<description><![CDATA[La vostra generosità si moltiplica Durante la Quaresima, le nostre comunità hanno dimostrato ancora una volta un grande cuore. Ringraziamo per le vostre donazioni a favore dell&#8217;associazione WORK destinate ai progetti in Kenya. Una parte di questi fondi è arrivata dalle tradizionali elemosine quaresimali, mentre altre donazioni sono state fatte in memoria dei nostri cari defunti&#8230; a testimonianza che la vostra generosità è andata oltre ogni aspettativa. Grazie! «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l&#8217;avete fatto a me». Matteo 25,40 L&#8217;associazione WORK, grazie alle donazioni da anni supporta numerosi progetti. Recentemente ha avviato lo &#8220;Street Boys&#8217; Project&#8221; che presentiamo di seguito. Street Boys’ Project Accogliere gli ultimi: la buona novella di una seconda opportunità Una nuova vita lontano dalla strada Sei mesi fa, abbiamo avuto il piacere di ritrovare il nostro gruppo di ragazzi di strada. Li avevamo visti l&#8217;ultima volta quando erano arrivati in cerca di aiuto a casa della nostra collega, Eunice Rapando. Erano stati abbandonati e maltrattati, costretti a vivere in strada, vestiti di stracci, affamati e senza nulla. Grazie alla generosità dei nostri donatori, siamo riusciti a dare a Eunice i fondi necessari per farli ripartire. Li ha vestiti, ha comprato materassi e coperte, e ha provveduto al cibo per i mesi successivi. Ma la vera svolta è stata quando Eunice ha offerto loro un rifugio in campagna, in una sua proprietà lontana dal caos di Kakamega. Un Rifugio Trasformato in Fattoria Questo luogo è un&#8217;ampia area recintata, gestita come una piccola fattoria da un giovane che vive lì. La casa è semplice, con tre stanze che fungono da soggiorno, cucina e dormitorio, mentre bagni e lavanderia si trovano in un edificio separato. L&#8217;ambiente è sereno, e i ragazzi si sono adattati subito. Non lontano da lì c&#8217;è una scuola elementare che frequentano tutti i giorni. La maggior parte di loro è in sesta, il che significa che hanno ancora un paio d&#8217;anni per decidere il loro futuro. Gli insegnanti sono contenti dei loro progressi. Quando tornano a casa, ognuno ha dei compiti: pulire, cucinare, o aiutare con i lavori all&#8217;aperto, come zappare l&#8217;orto o occuparsi degli animali. Questo è un ambiente ideale per loro, molto diverso dalla vita precaria che vivevano per le strade di Kakamega, dove ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. Crescere e Imparare La fattoria è piena di vita: tre mucche, maiali (un verro, tre scrofe e tanti maialini), galline, oche e, su richiesta dei ragazzi, anche dei conigli. Non mancano i cani da guardia. Raphael, uno dei figli di Eunice, si è affezionato molto ai ragazzi e passa spesso del tempo con loro, aiutandoli a sentirsi una vera famiglia. Gli ho chiesto di spronarli a cogliere al massimo questa opportunità. Noi possiamo aiutarli a trovare i fondi per i vestiti, il cibo e un alloggio, e in futuro anche per l&#8217;istruzione e la formazione professionale. Ma la responsabilità finale è loro. Devono imparare a crescere, a diventare indipendenti e a sfruttare al meglio questa chance che la vita gli ha offerto, un&#8217;opportunità che le loro difficili storie familiari gli avevano negato. Alcune foto&#8230; Mary-Jane e don Adrian «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa». Isaia 43,18-19 Web site: www.work-kenya.org Charity Number: 1119959 Per informazioni a Fanna e Cavasso rivolgersi a don Adrian Toffolo #WORKKenya, #Beneficenza, #Solidarietà, #Africa, #Kenya, #Kenyarurale, #Aiutiumanitari, #Bambini, #Orfani, #Donne, #Vedove, #fareladifferenza, #insiemepossiamo, #donazione, #sostienici, #UnPiccoloGesto, #Solidarietà, #CondividiIlBene, #UnMondoMigliore, #StreetBoys’Project]]></description>
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											<cite class="elementor-blockquote__author">Matteo 25,40</cite>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Street Boys’ Project</h2>				</div>
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					<h4 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Accogliere gli ultimi: la buona novella di una seconda opportunità</h4>				</div>
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									<h6><strong>Una nuova vita lontano dalla strada</strong></h6><p>Sei mesi fa, abbiamo avuto il piacere di ritrovare il nostro gruppo di ragazzi di strada. Li avevamo visti l&#8217;ultima volta quando erano arrivati in cerca di aiuto a casa della nostra collega, Eunice Rapando. Erano stati abbandonati e maltrattati, costretti a vivere in strada, vestiti di stracci, affamati e senza nulla.</p><p>Grazie alla generosità dei nostri donatori, siamo riusciti a dare a Eunice i fondi necessari per farli ripartire. Li ha vestiti, ha comprato materassi e coperte, e ha provveduto al cibo per i mesi successivi. Ma la vera svolta è stata quando Eunice ha offerto loro un rifugio in campagna, in una sua proprietà lontana dal caos di Kakamega.</p><h6><strong>Un Rifugio Trasformato in Fattoria</strong></h6><p>Questo luogo è un&#8217;ampia area recintata, gestita come una piccola fattoria da un giovane che vive lì. La casa è semplice, con tre stanze che fungono da soggiorno, cucina e dormitorio, mentre bagni e lavanderia si trovano in un edificio separato. L&#8217;ambiente è sereno, e i ragazzi si sono adattati subito.</p><p>Non lontano da lì c&#8217;è una scuola elementare che frequentano tutti i giorni. La maggior parte di loro è in sesta, il che significa che hanno ancora un paio d&#8217;anni per decidere il loro futuro. Gli insegnanti sono contenti dei loro progressi. Quando tornano a casa, ognuno ha dei compiti: pulire, cucinare, o aiutare con i lavori all&#8217;aperto, come zappare l&#8217;orto o occuparsi degli animali.</p><p>Questo è un ambiente ideale per loro, molto diverso dalla vita precaria che vivevano per le strade di Kakamega, dove ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza.</p><h6><strong>Crescere e Imparare</strong></h6><p>La fattoria è piena di vita: tre mucche, maiali (un verro, tre scrofe e tanti maialini), galline, oche e, su richiesta dei ragazzi, anche dei conigli. Non mancano i cani da guardia.</p><p>Raphael, uno dei figli di Eunice, si è affezionato molto ai ragazzi e passa spesso del tempo con loro, aiutandoli a sentirsi una vera famiglia. Gli ho chiesto di spronarli a cogliere al massimo questa opportunità. Noi possiamo aiutarli a trovare i fondi per i vestiti, il cibo e un alloggio, e in futuro anche per l&#8217;istruzione e la formazione professionale.</p><p>Ma la responsabilità finale è loro. Devono imparare a crescere, a diventare indipendenti e a sfruttare al meglio questa chance che la vita gli ha offerto, un&#8217;opportunità che le loro difficili storie familiari gli avevano negato.</p>								</div>
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									<span class="elementor-button-text">Alcune foto...</span>
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									<div id="model-response-message-contentr_5468a81b9c51992b" class="markdown markdown-main-panel enable-updated-hr-color" dir="ltr" style="text-align: right;"><em>Mary-Jane e don Adrian</em></div>								</div>
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				«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa».			</p>
							<div class="e-q-footer">
											<cite class="elementor-blockquote__author">Isaia 43,18-19</cite>
																<a href="https://twitter.com/intent/tweet?text=%C2%ABNon%20ricordate%20pi%C3%B9%20le%20cose%20passate%2C%20non%20pensate%20pi%C3%B9%20alle%20cose%20antiche%21%20Ecco%2C%20io%20faccio%20una%20cosa%20nuova%3A%20proprio%20ora%20germoglia%2C%20non%20ve%20ne%20accorgete%3F%20Aprir%C3%B2%20anche%20nel%20deserto%20una%20strada%2C%20immetter%C3%B2%20fiumi%20nella%20steppa%C2%BB. — Isaia 43,18-19" class="elementor-blockquote__tweet-button" target="_blank">
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									<h6><strong>Per informazioni a Fanna e Cavasso rivolgersi a don Adrian Toffolo<br /></strong></h6>								</div>
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									<p><em>#WORKKenya, #Beneficenza, #Solidarietà, #Africa, #Kenya, #Kenyarurale, #Aiutiumanitari, #Bambini, #Orfani, #Donne, #Vedove, #fareladifferenza, #insiemepossiamo, #donazione, #sostienici, #UnPiccoloGesto, #Solidarietà, #CondividiIlBene, #UnMondoMigliore, #StreetBoys’Project</em></p>								</div>
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		<title>La Via si fa Preghiera</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/la-via-si-fa-preghiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Parrocchie Cavasso Fanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 May 2025 20:40:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività nel territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Camminata]]></category>
		<category><![CDATA[Cammino]]></category>
		<category><![CDATA[Cammino di San Cristoforo]]></category>
		<category><![CDATA[Cammino giubilare della Concordia]]></category>
		<category><![CDATA[Fanna]]></category>
		<category><![CDATA[Fanna Pordenone]]></category>
		<category><![CDATA[Giubileo 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario Madonna di Strada]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Santuario, lungo la Via di San Cristoforo Il nostro cammino ha avuto inizio in un luogo che è già un punto di arrivo: il Santuario di Madonna di Strada. Un crocevia benedetto, dove da secoli strade e vie si incontrano, portando i passi e le preghiere di innumerevoli pellegrini. Qui, anche un silenzio può farsi preghiera. Da questa strada maestra della fede, abbiamo intrapreso una tappa speciale: la Via di San Cristoforo. Non si è trattato solo di percorrere un sentiero tra i Magredi e il fiume Cellina, ma di un vero e proprio abbraccio alla Creazione. Ogni fiore selvatico sbocciato a lato del percorso ci ha riportato la bellezza delle piccole cose, ricordandoci che la meraviglia è ovunque. Questo cammino, parte del Cammino Giubilare della Concordia, è stato un invito a rallentare il passo, a riscoprire la lentezza che ci permette di sentire sempre più l’affidamento, passo dopo passo. È stata l&#8217;opportunità di purificare lo sguardo, di ritrovare quella fede semplice e profonda che dimora nei nostri cuori. Il vero incontro, però, si è rivelato nell&#8217;accoglienza e nella fraternità autentica delle comunità incontrate, ricordandoci che non siamo mai soli. Siamo un&#8217;unica Chiesa viva, che cammina insieme.In mezzo alla natura, abbiamo trovato una strada per ritrovare noi stessi, una rinascita che ci svela la vera direzione del nostro cuore. Una Via che ci Chiama&#8230; Ringraziamo Chiara Aviani per le informazioni e le foto   Cammino San Cristoforo · Tappa 3]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="16253" class="elementor elementor-16253" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Dal Santuario, lungo la Via di San Cristoforo</h2>				</div>
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									<p>Il nostro cammino ha avuto inizio in un luogo che è già un punto di arrivo: il <strong>Santuario di Madonna di Strada</strong>. Un crocevia benedetto, dove da secoli strade e vie si incontrano, portando i passi e le preghiere di innumerevoli pellegrini. Qui, anche un silenzio può farsi preghiera.</p>								</div>
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									<p>Da questa strada maestra della fede, abbiamo intrapreso una tappa speciale: la <strong>Via di San Cristoforo</strong>. Non si è trattato solo di percorrere un sentiero tra i Magredi e il fiume Cellina, ma di un vero e proprio abbraccio alla Creazione. Ogni fiore selvatico sbocciato a lato del percorso ci ha riportato la bellezza delle piccole cose, ricordandoci che la meraviglia è ovunque.</p>								</div>
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									<p>Questo cammino, parte del Cammino Giubilare della Concordia, è stato un invito a rallentare il passo, a riscoprire la lentezza che ci permette di sentire sempre più l’affidamento, passo dopo passo. È stata l&#8217;opportunità di purificare lo sguardo, di ritrovare quella fede semplice e profonda che dimora nei nostri cuori.</p>								</div>
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									<p>Il vero incontro, però, si è rivelato nell&#8217;accoglienza e nella fraternità autentica delle comunità incontrate, ricordandoci che non siamo mai soli. Siamo<strong> un&#8217;unica Chiesa viva, che cammina insieme.</strong><br />In mezzo alla natura, abbiamo trovato una strada per ritrovare noi stessi, una rinascita che ci svela la vera direzione del nostro cuore.</p><p><em><strong>Una Via che ci Chiama&#8230;</strong></em></p>								</div>
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									<p style="text-align: right;"><em>Ringraziamo Chiara Aviani per le informazioni e le foto  </em></p>								</div>
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		<title>Un Giubileo di nuove Amicizie!</title>
		<link>https://www.parrocchiecavassofanna.com/un-giubileo-di-nuove-amicizie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Mior]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 18:42:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività nel territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Catechismo]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[Catechismo Medie]]></category>
		<category><![CDATA[Fanna]]></category>
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		<category><![CDATA[Festa Diocesana Giubilare dei Ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Festa San Vito]]></category>
		<category><![CDATA[Giubileo dei Ragazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[Accoglienza, Gioia, Amicizia Il nostro Giubileo a San Vito! Condividiamo come piccola testimonianza il cartellone realizzato dal gruppo di catechismo medie di Fanna. Tra i 140 bambini e ragazzi delle varie Parrocchie della nostra Diocesi che il 25 maggio si sono incontrati per festeggiare il loro Giubileo a San Vito al Tagliamento c&#8217;era anche una rappresentanza di Fanna! Don Riccardo Alcuni di noi ragazzi partecipanti al catechismo di Fanna, siamo andati a San Vito per la giornata dei ragazzi organizzata dalla Diocesi di Concordia-Pordenone. All’arrivo ci hanno accolto mettendo in scena uno spettacolino che parlava di questo villaggio le cui fondamenta stavano crollando a causa della continua ossessione degli abitanti per l’oro, trascurando così le cose importanti. Alla fine di questa scenetta ci hanno diviso in più gruppi, i quali erano formato da membri provenienti da varie parrocchie. Con questi gruppi abbiamo svolto delle attività molto divertenti. Alla fine delle attività abbiamo finito di guardare la continuazione dello spettacolo e siamo tornati a casa. Abbiamo portato con noi il cartellone che abbiamo realizzato al catechismo durante l’anno, dal titolo «La speranza è…» È stata una bellissima esperienza vedere tutti qui ragazzi come noi ci siamo sentiti ben accolti come se ci conoscessimo da tanto tempo, un’esperienza che rifaremmo di nuovo perché abbiamo trascorso una giornata meravigliosa, emozionante, gioiosa e spensierata. Grazie! Emma, Matteo e Giovanni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="16151" class="elementor elementor-16151" data-elementor-post-type="post">
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				Alcuni di noi ragazzi partecipanti al catechismo di Fanna, siamo andati a San Vito per la giornata dei ragazzi organizzata dalla Diocesi di Concordia-Pordenone.
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Alla fine di questa scenetta ci hanno diviso in più gruppi, i quali erano formato da membri provenienti da varie parrocchie. Con questi gruppi abbiamo svolto delle attività molto divertenti. Alla fine delle attività abbiamo finito di guardare la continuazione dello spettacolo e siamo tornati a casa.
Abbiamo portato con noi il cartellone che abbiamo realizzato al catechismo durante l’anno, dal titolo «La speranza è…»
È stata una bellissima esperienza vedere tutti qui ragazzi come noi ci siamo sentiti ben accolti come se ci conoscessimo da tanto tempo, un’esperienza che rifaremmo di nuovo perché abbiamo trascorso una giornata meravigliosa, emozionante, gioiosa e spensierata. Grazie!
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											<cite class="elementor-blockquote__author">Emma, Matteo e Giovanni</cite>
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